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Capítulo 51 de 202

XLVII

XLVII. — A Pietro di Giovanni Venture da Siena.[1]

La perseveranza da l’amore; amore con umiltà. Non compiacere a sé stesso, non fidare in sé. Scritta verso il Natale.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Carissimo figliuolo in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de servi di Gesù Cristo, scrivo a te nel prezioso sangue suo; con desiderio [p. 220 modifica]di vederti perseverante in ogni virtù: perocché senza la perseveranzia non riceveresti la corona della gloria che si dà a’ veri combattitori. Ma tu mi dirai: «onde posso acquistare questa perseveranzia?» Rispondoti, che tanto serve la persona alla creatura, quanto l’ama, e più no; e tanto manca nel servizio, quanto manca l’amore; e tanto ama, quanto si vede amare.[2] Adunque vedi che dal vedersi amare viene l’amore; e l’amore ti fa perseverare. Quanto aprirai l’occhio dell’intelletto a ragguardare il fuoco e l’abisso della inestimabile carità di Dio inverso di te, il quale amore t’ha mostrato col mezzo del Verbo del Figliuolo; tanto sarai costretto dall’amore ad amarlo in verità con tutto il cuore e con tutto l’affetto e con tutte le forze tue, tutto libero schiettamente e puramente, senza niuno rispetto di propria utilità tua. Tu vedi che Dio t’ama per tuo bene, e non per suo; perocch’egli è lo Dio nostro che non ha bisogno di noi: e così tu, e ogni Creatura ragionevole, debbi amare Dio per Dio, in quanto egli è somma ed eterna bontà, e non per propria utilità; e il prossimo per lui. Poiché tu hai fatto lo principio, il fondamento nell’affetto della carità, subito il comincia a servire con lo strumento delle virtù. Sicché col lume e coll'amore acquisterai la virtù, e persevererai in essa.

Ma avverti che, col vedere te essere amato da Dio, ti conviene vedere la colpa e ingratitudine tua, e aggravare[3] la colpa nel cognoscimento santo di te, acciò tu non ti scordi della virtù piccola della vera umiltà, e acciocché tu non presuma di te, né [p. 221 modifica]cadessi nel proprio piacere.[4] Sai quanto ci è necessario il cognoscere e aggravare le colpe nostre, per conservare e accrescere la vita della Grazia nell'anima? Quanto egli ci è bisogno il cibo corporale per conservare la vita nel corpo. Adunque leva via la nuvila dell’amore proprio di te, acciocchè non t’impedisca il lume onde tu averai questo perfetto cognoscimento, e col cognoscimento l’amore e l’odio; é nell’amore troverai la virtù della perseveranzia, e così compirai la volontà di Dio, e ’l desiderio mio in te. La quale volontà e desiderio è di vederti crescere e perseverare infine alla morte nelle vere e reali virtù.

E guarda che tu non ti fidassi di te medesimo; il quale fidare è uno vento sottile di reputazione che esce dall’amore proprio. Perocchè subito verresti meno, e volleresti il capo addietro a mirare r arato. Che, come l’amore di Dio, acquistato nel cognoscimento di te con vera umiltà, ti fa perseverare nella virtù; così l’amore proprio, con la reputazione che ti fa fidare di te medesimo,[5] come detto è, ti tolle la virtù, e fatti cadere nel vizio, e perseverarvi dentro. Fuggi, figliuolo, fuggi questo vento sottile del proprio piacere; e vattene, in tutto, nascosto in te medesimo, ^ nel costato di Cristo crocifisso, e ine poni l’intelletto tuo a ragguardare il segreto del cuore. Ine s’accende l’affetto; vedendo ch’egli ha fatta caverna [6] del corpo suo, acciò che tu abbia luogo dove rifugere dalle mani de’ tuoi nemici, e possiti riposare e pacificare la mente tua nell’affetto della tua [7] carità. Ine troverai il cibo; [p. 222 modifica]perocché vedi bene che egli ti. ha data la carne in cibo, e ’l sangue in beveraggio, arrostita[8] in su la croce al fuoco della carità, e ministrato in su la mensa dell’altare, tutto Dio e tutto Uomo. Dissolvasi oggimai la durezza de’ nostri cuori; ammollisi la mente a ricevere la dottrina di Cristo crocifisso.

Voglio che cominciate ora, tu e gli altri negligenti figliuoli, a conformarvi con questo Pavolo, il quale ora ci rappresenta la santa Chiesa, Verbo incarnato. E che[9] più possiamo vedere a confusione della nostra superbia, che vedere Dio umiliato all’uomo? L’altezza della deità discesa a tanta bassezza, quanta è la nostra umanità? Chi n’è cagione? L’amore. L’amore il fa abitare nella stalla in mezzo degli animali; l'amore il fa satollare d’obbrobri, vestirlo di pene, e sostenere fame e sete; l’amore il fa correre con pronta obedienzia infino alla obbrobriosa morte della croce; l’amore il fa andare all’inferno e spogliare[10] il limbo per dare piena remunerazione a quelli che in verità l’avevano servito, e lungo tempo avevano aspettato la redenzione loro; l’amore il fece lassare a noi in cibo; l’amore dopo l’Ascensione mandò il fuoco dello Spirito Santo, il quale ci alluminò della dottrina sua, la quale è quella via fondata in verità, che ci dà vita, tracci dalla tenebra, e dacci lume nell’eterna visione di Dio. Ogni cosa, dunque, ha fatto l’amore.

Bene si debbe l’uomo vergognare e [p. 223 modifica]confondersi in sè medesimo, che non ama, nè risponde a tanto abisso d’amore. Assai è tristo colui che potendo avere il fuoco, si lassa morire di freddo; avendo il cibo innanzi, si lassa morire di fame. Prendete, prendete il cibo vostro, Cristo dolce Gesù crocifisso...[11] in altro modo: che se in altro modo il voleste, non sareste costante nè perseverante. E la perseveranzia è quella che e coronata, come dicemmo; e senz’essa riceverebbe l’anima confusione, e non gloria. Considerando me questo, dissi ch’io desideravo di vederti costante e perseverante nella virtù. Non dico più qui. Permani nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.

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XLVII · Cartas (Epistolario) — Catalina de Siena · The Conscious Library