Capítulo 127 de 202
CXXIII
CXXIII. — Ai Signori difensori della città di Siena.
Signoria vera è quella dell’anima nostra; l’esteriore è di prestito. Chi governa altrui con fiacco anidre di sé, è servo timido, sospettoso, maledico. Chi nell’amministrare la giustizia bada a piacere altrui, o teme dispiacere per danno proprio, è schiavo. Molti sono i Filati. Esilio di Pilato, e schiaffo a san Tommaso. Maldicenza contro di lei, provocata e invocata.
Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce. Carissimi fratelli e signori temporali [1] in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo scrivo a voi nel prezioso sangue suo, con desiderio di vedervi uomini virili, e non timorosi governatori della città propria e della città prestata [2], considerando me che ’l timore servile impedisce e avvilisce il cuore, e non lascia vivere né adoperare come a[3] uomo ragionevole, ma come animale senza veruna ragione. Perocché il timore servile esce e procede[4] dall’amore proprio di sé. E quanto egli è pericoloso l’amore proprio di sé, noi ’l veggiano in signori e in sudditi, in religiosi e in secolari, e in ogni maniera di gente; perocché non attendono ad altro che a loro medesimi. Onde se egli è suddito secolare, mai non obedisce né osserva quello che gli è imposto per lo suo signore: e s’egli è signore, mai non fa giustizia ragionevolmente, ma con appettito sensitivo commette molte [p. 255 modifica]ingiustizie, chi per propria utilità, e chi per piacere agii uomini giudicando secondo la volontà di altrui, e non secondo la verità. Ovveramente, che egli tenie di dispiacere: il quale dispiacere gli tollerebbe la signoria. Onde d’ogni cosa piglia timore e sospetto, con molta cecità, però che il piglia colà dove non debbe, e noi piglia colà dove debbe.[5]
O amore proprio e timore servile, tu acciechi l’occhio dell’intelletto e non gli lasci cognoscere la verità. Tu tolli la vita della Grazia, la signoria della città propria e quella della città prestata. Tu fai incomportabile l’uomo a se medesimo, perché desidera quello che non può avere; e quello che non può avere; e quello che possiede il possiede con pena, però che ha timore di non perderlo: onde non avendo, e temendo sempre[6], ha pena perché la volontà sua non è adempita. Onde drittamente [7] in questa vita gusta l’inferno. Oh cecità d’amore proprio! Oh timore [8] disordinato tu giugni a tanta cecità, che non tanto che te condanni la comune gente, e gli iniqui uomini i quali giustamente si potrebbono condannare e temere della falsità loro, ma tu lasci il timore dell’iniquo, e condanni il giusto, recandoti a. dispetto e’ poverelli servi Dio, e’ quali cercano l’onore di Dio e la sa [p. 256 modifica]lute dell’anime, e la pace e quiete delle cittadi, non restando mai i dolci desideri! e la continua orazione, lagrime e sudori di offerire[9] dinanzi alla divina bontà. Come dunque ti può patire,[10] amor proprio, e timore servile, di temere e giudicare coloro che si dispongono alla morte per la tua salute, e per conservare e crescere[11] in pace e in quiete lo stato tuo? Ma veramente, carissimi fratelli, questo è quel perverso timore e amore che uccise Cristo; perocché temendo Pilato di non perdere la signoria, accecò, e non cognobbe la verità; e per questo uccise Cristo. E nondimeno gli venne in capo quello di che temeva; perocché poi, al tempo che piacque a Dio (non, che gli piacesse il difetto suo), egli perde l'anima e il corpo, e la signoria. [12] Onde a me pare che tutto il mondo sia pieno di questi Filati, e’ quali per lo timore cieco non si curano di perseguitare e’ servi di Dio gittando loro pietre di parole, d’infamie e di persecuzioni, E tanta è la cecità loro, che non guardano né come né a cui; ma, come la bestia, si lasciano guidare alla propria sensualità, ponendo quei colori e quella legge a loro,[13] che si pone agli uomini che non attendono ad altro che al mondo. Onde veramente io vi dico così: che ogni volta, che questo giudicio toccasse a noi, cioè [p. 257 modifica]di calunniare e condannare le operazioni, atti[14] e costumi e conversazioni de’ servi di Dio; oimè, oimè, noi abbiamo bisogno di temere il divino giudicio, che non venga sopra di noi. Perocché Dio reputa fatto a sé, quello che è fatto a’ suoi servi. Non sarebbe dunque altro, che chiamare l’ira di Dio sopra di noi. Noi abbiamo bisogno, carissimi fratelli e signori, d’accostarci a Dio col santo timore suo, e a’ servi suoi, non levando loro le carni con le molte mormorazioni e disordinati sospetti; ma lasciargli stare e andare come peregrini, secondo che lo Spirito Santo li guida cercando e adoperando l'onore di Dio e la salute dell’anime (traendole dalle mani delle dimonia), e ’l bene e la pace e la quiete vostra. Non sia veruno tanto ignorante, che si voglia’ porre a regolare lo Spirito Santo, ne’ servi[15] suoi. Onde a me pare che Cristo fosse più paziente nella ingiuria sua, che in quella del suo apostolo san Tommaso:[16] però che la sua non volle vendicare, ma benignamente[17] rispose a colui, che [p. 258 modifica]gli diè la gotata, dicendo: «Se io ho male detto, rapporta[18] che io ho detto male; ma se io ho detto bene, perché mi batti?» A Tommaso non fece così; anzi, essendo percosso nella faccia stando a mensa, prima che se ne levasse, ne fece la vendetta facendolo strangolare a uno animale, e poi gli staccò la mano che l'aveva percosso, e portollo in su la mensa dinanzi a santo Tommaso. Onde tutte l’altre cose ci saranno più toste sostenute che queste.[19] Che se sono tanti i nostri peccati, che noi ci caggiamo,[20] l’ultima[21] cosa sarebbe per la quale potremmo aspettare grandissima ruina. Tutta questa cecità procede dall’amore proprio del timore servile.[22] E però vi dissi che io desideravo di vedervi uomini virili e non timorosi. Ma bene desidera l’anima mia di vedervi fondati nel santo e vero timore di Dio, il quale timore nutrica uno amore divino nell’anima. Egli è quello timore santo che si pone Dio dinanzi all’occhio suo; e innanzi elegge la morte, che offendere Dio o il prossimo suo o che volesse fare una ingiustizia o una giustizia che non la rivolga o vegga bene da ogni lato prima che la faccia. Di questo dunque santo timore avete bisogno, e così possederete la città propria e la città prestata: e non sarà dimonio né creatura che ve la possa torre. La città propria è la città dell’anima nostra, la quale si possiede [p. img modifica]
ed unità con Dio e col prossimo suo; con vere e reali virtù. Ma non la possiede colui che vive in odio e in rancore e in discordia, pieno d’amor proprio; e la vita sua mena lascivamente con tanta immondizia, che da lui al porco non ha nulla. Costui non signoreggia la sua città, ma esso è signoreggianto da’ vizi e da’ peccati: e ha tanto avvilito sé medesimo, che si lassa signoreggiare a quella cosa che non è, e perde la dignità sua della Grazia. E spregia il sangue di Cristo, il quale fu quello prezzo pagato per noi, che ci manifesta la divina misericordia e la somma eterna Verità; amore ineffabile, il quale amore ci creò e ricuperò di sangue, non d’oro o d’argento, e manifestocci la grandezza dell’anima nostra e la gentilezza[23] sua. Onde, bene è cieco colui che non vede tanto fuoco d’amore, e tanta sua miseria, alla quale si conduce giacendo[24] nella tenebra del peccalo mortale, e non possedendo se, come è detto. E male possederà la cosa prestata, se in prima non governa e signoreggia[25] se medesimo. Signoria prestata sono le signorie delle cittadi altre signorie temporali, le quali sono prestate a noi e agli altri uomini del mondo; le quali sono prestate a tempo, secondo che piace alla divina bontà, e secondo i modi e i costumi de’ paesi: onde o per morte o per vita elle trapassano. Sicché per qualunque modo egli è, veramente elle sono [p. 260 modifica]state. Colui che signoreggia sé, la possederà con timore santo, con amore ordinato e non disordinato; come cosa prestata, e non come cosa sua. Guarderà la prestanza della signoria che gli è data, con timore e riverenzia di colui che gliela die. Solo da Dio l’avete avuta: si che quando la cosa prestata e’ è richiesta dal Signore, ella si possa rendere senza pericolo di morte eternale. Or con uno, dunque, santo e vero timore voglio che voi possediate. E dicovi, che altro rimedio non hanno gli uomini del mondo a volere conservare lo stato spirituale e temporale, se non di vivere virtuosamente: perocché per altro non vengono meno se non per li peccati e difetti nostri. E però levate via la colpa, e sarà tolto via il timore; e arete cuore vigoroso e non timoroso; e non arete paura dell’ombra vostra. Non dico più. Perdonate alla mia presunzione. L’amore ch’io ho a voi e a tutti già altri cittadini[26] e il dolore ch’io ho de’ modi[27] e costumi vostri, poco ordinati secondo Iddio, me ne scusi dinanzi a lui e a voi. Ho voglia[28] di piangere sopra la cecità nostra; però che privati pare che siamo del lume. Dio per la sua infinita bontà e misericordia vi tolla ogni tenebra d’ignoranzia, e allumini l’occhio dell’intelletto vostro a cognoscere e discernere[29] la verità; e così non potrete errare. Altro non dico qui, benché molto arei da dire.
Rispondovi, carissimi fratelli e signori, alla [p. 261 modifica]tera ch’io ho ricevuta da Tommaso di Guelfuccio[30] per vostra parte. Ringraziovi della carità che io veggio che avete a’ vostri cittadini, cercando la pace e la quiete loro, e verso di me miserabile, non degna che voi desideriate la venuta mia, né che voi richiediate da me che io sia mezzo a questa pace, perché sono insufficiente a questo e a ogni altra quantunque minima cosa. Nondimeno la sufficienzia lasserò adoperare a Dio, [31] e io chinerò il capo, secondo che lo Spirito santo mi concederà, all’obedienzia vostra, d’andare e stare come sarà di vostro piacere, ponendo sempre la volontà di Dio innanzi a quella degli uomini. Onde io non veggo che testé a questi dì io possa venire, per alcuna cosa di bisogno che io ho a fare per lo monastero di santa Agnesa,[32] e per essere co’ nipoti dì messere Spinello per la pace de’ figliuoli di Lorenzo; la quale sapete che, già è buon tempo, voi la cominciaste a trattare, e non si trasse mai a fine. Onde io non vorrei che per mia negligenzia o per lo subito partire, ella rimanesse;[33] perocché temerei d’essere ripresa da Dio. Ma spaccerommi il più tosto che potrò, secondo che Dio mi darà la grazia. E voi e gli altri abbiate pazienzia; e non vi lassate empire la mente e il cuore di molti pensieri e cogitazioni, le quali tutte procedono dal dimonio, che il fa per impedire l' onore di Dio e la salute del [p. 262 modifica]l’anime, e la pace e quiete vostra. Increscemi dell’affanno e della fatica che i miei cittadini hanno nel pensare e menare la lingua verso di me; che non pare ch’egli abbiano a fare altro che tagliarmi le legne in capo, a me ed alla compagnia che ho con meco. Di me hanno ragione; perocché son difettosa; ma non di loro. Ma noi, con sostenere, vinceremo; perocché la pazienzia non è mai vinta, ma sempre vince e rimane donna. Increscemi che i colpi caggiono in capo di colui che gli getta: però che spesse volte gli rimane la colpa e la pena. Altro non dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.
Usa las flechas ← → del teclado para pasar de capítulo.