Capítulo 8 de 202
IV
IV. — Ad un Monaco della Certosa essendo in carcere.
Non dà a divedere se lo creda colpevole o sottoposto agli arbitrii del rigore monastico. Arte delicata di prudenza, o di carità. Non lo giudica, lo conforta numerandogli le utilità del dolore. Vuole che esso giudichi sé, del suo dolore faccia consolazione.
Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.
A voi, dilettissimo e carissimo fratello in Cristo Gesù, io Catarina, serva e schiava de’ servi di Dio, scrivo, e confortovi nel prezioso sangue del Figliuolo suo; con desiderio di vedere il cuore e l'anima vostra unito e trasformato nel consumato amore del Figliuolo di Dio. Perocché senza questo vero amore non possiamo avere la vita della Grazia, ne portare i pesi con buona e perfetta pazienzia. E questa vera carità non veggo, carissimo fratello, che possiamo avere, se l’anima non ragguarda lo inestimabile amore che Dio ha avuto a lui; e singolarmente vederlo svenato in sul legno della santissima croce, dove solo l’amore l’ha tenuto confitto e chiavellato. Dicovi, carissimo fratello, che non sarà veruna amaritudine che non diventi dolce, né sì gran peso che non diventi leggiero. Ho inteso la molta fadiga e tribulazioni, le quali voi avete; cioè reputiamo noi, che siano tribulazioni, ma se noi apriremo l’occhio del cognoscimento di noi medesimi, e della bontà di Dio, ci parranno grandi consolazioni. Del cognoscimento di noi, dico; cioè, che noi vediamo, noi non essere; e come siamo sempre stati operatori d’ogni peccato e iniquità. Perocché quando l’anima ragguarda sé avere offeso il suo Creatore, sommo ed eterno bene, cresce in uno odio di sé [p. 20 modifica]medesima, intanto che ne vuole fare vendetta e giustizia; ed è contenta di sostenere ogni pena e fadiga per satisfare all’offesa che ha fatta al suo Creatore. Onde, grandissima grazia reputa che Dio gli abbia fatta, che egli il punisca in questa vita, e non abbia riservato a punire nell’altra, dove sono pene infinite. O carissimo fratello in Cristo Gesù, se noi consideriamo la grande utilità a sostenere pene in questa vita, mentre che siamo peregrini, che sempre corriamo verso il termine della morte,[1] non le fuggiremo. Egli ora ne segue[2] molti beni dallo stare tribolato. L’uno si è, che si conforma con Cristo crocifisso nelle pene e obbrobri suoi. Or che può avere maggiore tesoro l’anima che essere vestita dagli obbrobri e pene sue? L’altro si è, che egli punisce l’anima sua, scontando i peccati, e i difetti suoi; fa crescere la grazia, e porta il tesoro nella vita durabile, per le sue fadighe, che Dio gli dà, volendola remunerare delle pene e fadighe sue.
Non temete, carissimo fratello mio, perchè vedeste o vediate che il dimonio, per impedire la pace e la pazienzia del cuore e dell’anima vostra, mandi tedi e tenebre nell’anima vostra, mettendovi le molte cogitazioni e pensieri.[3] Ed eziandio parrà che ’l corpo vostro voglia essere ribello allo spirito. Alcuna volta, ancora, lo spirito della bestemmia vorrà contaminare il cuore in altre diverse battaglie; [p. 21 modifica]non perchè creda che l’anima caggia in quelle tentazioni e battaglie, perocché già sa che egli ha deliberato d’eleggere la morte inannzi che offendere Dio mortalmente con la volontà sua; ma fallo per farlo venire a tanta tristizia, parendogli offendere colà dove non offende,[4] che lasserà ogni esercizio. Ma non voglio che facciate così; perocché non debba l’anima mai venire a tristizia per neuna battaglia che abbia, nò lassare mai veruno esercizio, o officio, altra cosa. E se non dirvesse fare altro, almeno stare dinanzi alla croce, e dire: Gesù, Gesù! Io mi confido in domino nostro Jesù Christo. Sapete bene: perchè[5] vengano le cogitazioni, e la volontà non consente, anco vorrebbe innanzi morire, non è peccato: ma solo la volontà è quella cosa che offende. Adunque vi confortate nella santa e buona volontà, e non curate le cogitazioni: e pensate, che la bontà di Dio permette alle dimonia che molestino l’anima vostra per farci umiliare e ricognoscere la sua bontà, e ricorrere dentro a lui nelle dolcissime piaghe sue, come il fanciullo ricorre alla madre. Perocché noi benignamente saremo ricevuti dalla dolce madre della Carità. Pensate che egli non vuole la morte del peccatore; ma vuole che si converta e viva. È tanto smisurato amore, che ’l muove, a dare le tribolazioni, e permettere le tentazioni[6] quanto le consolazioni; perocché la sua volontà non vuole altro che la nostra santificazione. E per darci la nostra santificazione, diè sé medesimo a tanta pena, e all’ob[p. 22 modifica]brobriosa morte della santissima croce. Permanete dunque nelle piaghe dolci di Gesù Cristo, e nella santa dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.
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