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Capítulo 142 de 202

CXXXVIII

CXXXVIII. — Alla Reina di Napoli.

L’anima di ciascun uomo, e di ciascuna società, è campo da dover coltivare. La ragione e la libertà (tutt'una essenza) è il coltivatore. E la sua mano è l’amore: e’ e dato tempo a rivolgere questa terra. L’acqua del battesimo la feconda; l’innesto della Redenzione ringentilisce la pianta inselvatichita. La sensualità nulla può contro le forze della ragione libera, forze naturali, e dalla Redenzione accresciute. Piantisi l’albero della Croce. Crociata.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

A voi, dilettissima e reverendissima madre e suoro in Cristo Gesù, madama[1] la Reina, io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi con desiderio di vedervi piena dell’abbondazia della grazia dello Spirito Santo; acciocché, come terra fruttifera, rendiate frutto buono e soave, e non produca spine, rovi e triboli.[2] voi sapete, carissima madre, che noi siamo come uno campo di [p. 320 modifica]terra, dove Dio per la sua misericordia ha gittato il seme suo, cioè l’amore e l’affetto, col quale ci creò, traendo noi di sé medesimo solo per amore e non per debito. Noi non pregammo mai che ci creasse: ma, mosso dal fuoco della sua carità, ci creò, perché godessimo e gustassimo la somma ed eterna bellezza sua. E acciocché questo seme faccia frutto e nutrichinsi[3] le piante, egli ci ha data l’acqua del santo battesimo. Bene è dunque dolce e soave questo frutto: ma ècci bisogno d’uno ortolano che ’l geverni, e conservi il frutto suo.

O dolcissimo amore Gesù, tu ci hai dato il più forte e grazioso ortolano che possiamo avere, cioè la ragione e la libera volontà. Questa è si forte, che né dimonio né creatura la può muovere, né stringere a uno peccato mortale, se egli non vuole. Questo parve che dicesse quello innamorato di Paolo, quando dice: «Chi sarà colui che mi parta dalla carità di Cristo? non fame né sete né persecuzioni, né angeli né dimonio». Quasi come dica:[4] «Egli è impossibile ch’io mi parta mai dalla divina carità, se io non vorrò». Bene e forte dunque![5] Hacci dato anco il tempo; perocché senza il tempo, questo lavoratore non farebbe cavelle: ma nel tempo, cioè mentre che noi viviamo, questo lavoratore può rivollere la terra, e ricogliere il frutto. Allora la mano dell’amore[6] del santo e vero desiderio piglia [p. 321 modifica]il frutto, e ripollo[7] nel granaio suo, cioè Iddio; facendo e drizzando ogni sua operazione a lode e gloria di Dio.

E se voi mi diceste: «Questo ortolano ha uno compagno, cioè la parte sensitiva, che spesse volte il ruba, e lo impedisce, seminandovi e raccogliendovi spesse volte il seme del dimonio, ponendoci e’ disordinati diletti e piaceri del mondo, stati, ricchezze, onore, e amore proprio di noi medesimi...»[8] Il quale è uno vermine pericoloso che invermina e guasta ogni nostra operazione; però che colui che ama sé senza Dio, e che attende solo all’onore di se medesimo, egli non fa mai cavelle buono;[9] onde se egli è ignore, non tiene mai giustizia dritta né buona,[10] ma faralla secondo il piacere delle creature, il quale piacere è acquistato[11] per l’amore proprio di sé. Non voglio dunque che questo caggia in noi: perocché se voi attenderete solo allo onore di Dio e alla salute della Creatura,[12] la giustizia e ogni [p. 322 modifica]vostra operazione sarà fatta con ragione e giustamente:[13] e subito la forza della libertà già detta farà stare quieta la sensualità. Confortatevi dunque, carissima madre; perocché, per lo innesto che ha fatto Dio a noi, arbori infruttiferi, cioè per l’unione della natura divina colla natura umana, è sì fortificata la ragione[14] e l’amore nostro verso di lui, che per forza d’amore è tratta ad amare; e la sensualità è sì indebilita, che, volendo usare la ragione, non ci potrà cavelle. Bene vediamo noi, carissima madre, che la carne nostra,[15] cioè l’umanità di Cristo ch’è dalla massa d’Adamo, è sì flagellata e tormentata con tanti strazi e scherni e villanie infine all’obbrobriosa morte della croce, che debbe fare stare soggetta la nostra, che non ribelli mai ne alzi il capo centra Dio e la regione.

Accademia di Belle Arti - C. Cozzarelli Fot. Lombardi Santa Caterina [p. 323 modifica]Dio sì e per siffatto modo, che lo infruttoso fuoco [17] che ci dava la morte, è fatto buono e fruttifero, in tanto che sempre ci dà vita, se noi vorremo usare la forza della ragione.

Ragguardate, ragguardate l’amore ineffabile che Dio vi porta, e la dolcezza del soave frutto dell’Agnello immacolato, il quale fu quello seme dolce che fu seminato nel campo dolce di Maria. Non stia più dunque a dormire, né in negligenzia, questo nostro lavoratore; poiché egli ha il tempo, ed è forte per l'esser suo, ed è fortificato per l’unione che Dio ha fatta nell’uomo. Pregovi dunque in Cristo dolce Gesù, che l’amore e l’affetto e ’1 desiderio vostro si levi su e pigli l’arbore della santissima croce; e piantisi nell'orto dell’anima vostra; però ch’egli è uno arbore pieno di frutti di vere e reali virtù. Che bene vedete voi che, oltre all’unione che Dio ha fatta colla creatura, egli è giunto su la croce santa, e vuole e richiede che noi ci uniamo per amore e desiderio in su quest’arbore: e allora l’orto nostro non potrà avere altro che dolci frutti soavi. E però dissi che io desideravo che voi fuste campo fruttifero.

Abbiamo dunque veduto in che modo riceve in sé il frutto e in che modo sei tolle; cioè in sapere usare la forza e la potenza[18] del buono lavoratore della ragione e libera volontà, colla memoria dell’Agnello svenato, ad abbattere la parte sensitiva. Orsù dunque virilmente, dolcissima suoro! Non è più tempo da dormire, però che 'l tempo non dorme, [p. 324 modifica]ma sempre passa come ’l vento. Rizzate in voi per amore il gonfalone delle santissima croce; però che tosto ci converrà rizzare: che, secondo che mi pare intendere, il Padre Santo lo bandirà sopra e’ Turchi. E però vi prego che voi vi disponiate, sì che tutti di bella brigata andiamo a morire per Cristo. Ora vi prego e costringo da parte di Cristo crocifisso, che sovveniate la sposa nel bisogno suo, in avere, in persona e in consiglio; e in ciò che si può, dimostriate d’esser figliuola fedele della dolce e santa Chiesa. Che voi sapete bene ch’ella è quella madre che notrica i figliuoli al petto suo, dando loro latte dolcissimo che lor dà vita. Bene è dunque stolto quello figliuolo che non aita la madre quando il membro putrido la ribella [19] ed è centra lei. Voglio dunque che siate quella figliuola vera che sempre sovveniate alla madre vostra. Non dico più. Perdonate alla mia ignoranzia. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio.

Raccomandovi frate Pietro, che vi reca questa lettera, come caro padre e figliuolo mio.

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CXXXVIII · Cartas (Epistolario) — Catalina de Siena · The Conscious Library