Capítulo 130 de 202
CXXVI
CXXVI. - A Monna Alessia e a Monna Cecca [1]
Mancasi alla perseveranza non solo rivolgendosi ai falsi beni abbandonati, ma non più amando con la debita intensità il bene vero, o allentando l’amore verso i prossimi, tra l’altre cagioni, per dicerie e per assenza. Di questo si duole per sé; ma dalle altrui ingiustizie deduce occasione a voler fare, Dio aiutandola, sempre migliore sé stessa.
Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.
Carissime figliuole in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de' servi di Gesù Cristo, scrivo a te nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi costanti e perseveranti nelle virtù per sì fatto modo che non volliate mai il capo a dietro a mirare l’arato. Il quale mirare s’intende in due modi: l’uno si è quando la persona è uscita dal fracidume del mondo, e poi volle il capo col diletto della propria volontà, ponendo l’occhio dell’intelletto sopra di loro. Costui non va innanzi; anco, torna indietro verso il vomito, mangiando quello che prima aveva vomitato. E però disse Cristo che neuno si debba voliere indietro a mirare l’arato; cioè non vollersi a mirare le prime delizie, ne ragguardare alcuna operazione fatta perse medesimo;[2] ma ricognoscerla dalla divina bontà. Sicché dunque debbe andare innanzi con la perseveranzia delle virtù, e debbe non vollersi in dietro, ma dentro nel cognoscimento di sé medesimo, dove trova la [p. 273 modifica]ghezza della bontà di Dio. Il quale cognoscimento spoglia l'anima del proprio amore, e vestela d’odio santo e d’un amore divino, cercando solo Cristo crocifisso, e non le creature, ne le cose create, ne se medesimo sensitivamente, ma solo Cristo crocifisso, a mando e desiderando li obbrobri suoi. Se questo cotale è esercitato[3] e ha dibarbicata la radice dell’amore proprio, va innanzi, e non volle il capo indietro. Ma se al tutto non fusse dibarbicata spiritualmente, temporalmente caderebbe nel secondo voliere del capo. E sai, quando si volle questa seconda volta? Non alle delizie del mondo; ma quando l'anima avesse cominciato a metter mano ad arare[4] la grande perfezione. La quale perfezione principalmente sta, in tutto, in annegare e in uccidere la volontà sua; e più nelle cose spirituali che nelle temporali; perocché le temporali le ha già gittate da se; ma abbiasi cura[5] delle spirituali. In questa perfezione ama l’anima in verità il Creatore suo, e le creature per lui, più e meno, secondo la misura con che essi amano.[6] Dico dunque, che se la radice non è al tutto divelta dell’amore proprio di sé, che voliera la seconda volta il capo indietro e offenderà la sua perfezione. Perocché o egli l’offende, amando la creatura senza modo e senza misura[7] si debbo dare solamente a Dio; ma la creatura, amarla con modo, e con la misura del suo Creatore. O egli si [p. 274 modifica]volle ad allentare l’amore verso la creatura, la quale esso amò di singolare amore: il quale allentare, non essendovi la cagione della colpa verso la cosa amata, non può essere che non allenti quello di Dio; ma movendosi per mormorazioni o scandali, per dilungamento della presenzia di cui[8] egli ama, per mancamento di propria consolazione, non è senza difetto. Questi cotali vollono il capo indietro, allentando la carità verso del prossimo suo.
Non è dunque questa la via; ma la perseveranza.[9] E però dissi, ch’io desideravo di vedervi costanti e perseveranti nelle virtù, considerando me, che voi eravate andate tra’ lupi delle molte mormorazioni; e perché pare che non sia veruno che sia sì forte che non indebilisca. Perocché io ho veduto vollere in dietro quegli,[10] del quale io pensava ch’egli avesse fatti sì fatti ripari contra ogni vento, che neuno il[11] potesse nuocere infino alla morte; non credevo che punto vollesse la faccia, e non tanto la faccia, ma la miratura dell’occhio. Veramente questo è segno che la radice non è divelta, perocché, se ella fusse divelta, faremmo quello che debbono fare i veri servi di Dio, i quali né per spine né per triboli, né per mormorazione, né per consigli delle creature né per minacce né per timore de’ parenti si vollono mai indietro; ma in verità seguiteremmo Cristo crocifisso in carcere, ed in [p. 275 modifica]te;[12] e seguiteremmo le vestigio sue, non senza il giogo della vera e santa obedienzia dell’Ordine.
Di questo non dico,[13] perocché se egli volesse, io non vorrei; ma di fuore da questo, me ne doglio non per me, ma per l’offesa che è fatta alla perfezione dell’anima; perché verso di me fanno bene. Perocché mi dà egli e gli altri materia di cognoscere la mia ignoranzia e ingratitudine, di non avere cognosciuto, né cognosca[14] il tempo[15] mio e le grazie ricevute dal mio Creatore. Sicché a me fanno aumentare la virtù. Ma non ho voluto tacere, perocché la madre è obbligata di dire a’ figliuoli quello lor bisogna.[16] Parturito è stato egli, e gli altri con molte lagrime e sudori; e parturirò infino alla morte, secondo che Dio mi darà la grazia in questo tempo dolce della sollicitudine[17] data a me e a questa povera famigliola della prima dolce Verità. E pare che di nuovo voglia che si fornisca la navicella dell’anima mia, ricevendo solo la satisfazione del mio Creatore, con l’esercizio di cercare e cognoscere la dolce Verità, con continue mugghia[18] e orazioni nel cospetto di Dio per la salute di tutto quanto il mondo. Dio ci dia grazia, a voi e a me, e ad ogni persona, di farlo con grande sollicitudine. [p. 276 modifica]Raccomandateci a Teopento,[19] che preghi Dio per noi, ora che egli ha il tempo della cella: perocché siamo peregrini e viandanti in questa vita, e posti a gustare il latte e le spine[20] di Cristo crocifisso. E ditegli che legga questa lettera: e chi ha orecchie, sì oda; e chi ha occhi, si veda; e chi ha piedi, sì vada, non vollendo il capo indietro; anco, vada innanzi, seguitando Cristo crocifisso, e con le mani adoperi sante vere[21] e buone operazioni, fondate in Cristo crocifisso. Altro non dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.
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