Chapter 42 of 202
XXXVIII
XXXVIII. — A Monna Agnesa, Donna che fu di Missere Orso Malavolti.
Impazienzia è da superbia: perde il merito del bene, fa l’anima leggera negl’impeti, incoiiipoitabile a sé, inferno a sé stessa. Pazienza è amica ad umiltà e a carità; è segno della vera virtù. Non basta sopportare il dolore che viene di fuori;- conviene saper patire la scarsità delle interne consolazioni, e l’apparente o vera tiepidezza degli uomini, i loro consigli importuni. C è de’ difetti che hanno radice ne’ vizii. La iàlsa pazienza si maschera di stolta umiltà. Chi non è troppo contento di sé, è più contento d’altri. La pazienzia è obbediente, ma insieme esercita più appieno l’umana libertà. Ella è regina. Parla alla madre, della figliuola perduta.
Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.
Carissima figliuola in Cristo dolce Gesù. Io Catarina serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi fondata in vera pazienzia, considerando me che senza la pazienzia non potiamo piacere a Dio. Perocché siccome la impazienzia piace molto [p. 180 modifica]al dimonio e alla propria sensualità, e non si diletta altro che d’ira quando gli manca quello che la sensualità vuole; così per contrario dispiace molto a Dio. E perchè l’ira e impazienzia è il mirollo [1] della superbia, e però piace molto al dimonio. La impazienzia perde il frutto della sua fadiga, priva l’anima di Dio; e comincia a gustare l’arra dell’inferno, e dagli poi la eterna dannazione: perocché nell’inferno arde la mala perversa [2] volontà con ira, odio e impazienzia. Arde e non si consuma, ma sempre rinfresca; [3] cioè che non viene meno in loro: e però dico, non consuma. Ha bene consumata e diseccata [4] la Grazia nell’anima loro, ma non è consumato l’essere, come detto è: e però dura la pena loro eternalmente. Questo dicono i santi, che i dannati addimandano la morte e non la possono avere, perchè l’anima non muore mai. Muore bene a Grazia per lo peccato mortale; ma non muore all’essere. Non è alcuno vizio né peccato che in questa vita faccia gustare l’arra dell’inferno, quanto l’ira e la impazienzia. Egli sta in odio con Dio; egli ha in dispiacere il prossimo suo; e non vuole né sa portare né sopportare i difetti del suo prossimo. E ciò che gli è detto o fatto, subito [5] avvelena; e muovesi il sentimento alla ira [p. 181 modifica]e alla impazienzia, come la foglia al vento. Egli diventa incomportabile a sè medesimo; perocchè la perversa volontà sempre il rode; e appetisce [6] quello che non può avere; scordasi [7] della volontà di Dio e della ragione dell’anima sua. E tutto questo procede dall’arbore della superbia, il quale ha tratto fuore il mirollo dell’ira e della impazienza. E diventa l'uomo uno dimonio incarnato: e molto fa [8] peggio a combattere con questi dimoni visibili, che con gli invisibili. Bene la debbe dunque fuggire ogni creatura che ha in sé ragione.
Ma attendete, [9] che sono due ragioni d’impazienzia. Questa è una impazienzia comune, cioè, de’ comuni uomini del mondo; che loro addiviene per lo disordinato amore che hanno a loro medesimi e alle cose temporali, le quali amano fuore di Dio; che per averle, non si curano di perdere l’anima loro, e di metterla nelle mani delle dimonia. Questo è senza rimedio se egli non cognosce sé, che ha offeso Dio, tagliando: questo arbore col coltello della vera umilità; la quale umilità notrica la carità nell’anima. La quale è uno arbore d’amore, che ’l mirollo suo è la pazienzia e benevolenzia del prossimo. Perocché, come la impazienzia dimostra più che l'anima sia privata di Dio, che niun altro vizio (perocché si giudica subito, perché c’è il mi- [p. 182 modifica]rollo, [10] egli ci è l’arbore della superbia); così la pazienzia dimostra meglio e più perfettamente, che Dio sia per grazia nell’anima, che veruna altra virtù. Pazienzia, dico, fondata nell’arbore dell’amore: cioè, che per amore del suo Creatore dispregi il mondo, e ami la ingiuria, da qualunque lato ella si viene. Dicevo che l’ira e la impazienzia era in due modi: cioè in comune e in particolare. Abbiamo detto de’ comuni; ora lo dico in particolare, cioè di coloro che hanno già spregiato il mondo, e vogliono essere servi di Cristo crocifisso a loro modo; cioè in quanto trovano diletto in lui e consolazione.Questo è perchè la propria volontà spirituale non è morta in loro; e però dimandano e chieggono [11] a Dio, che doni le consolazioni e tribolazioni a loro modo, e non a modo di Dio; e così diventano impazienti, quand’hanno il contrario di quello che vuole la propria volontà spirituale. E questo è uno ramoscello di suberbia, che esce della vera superbia; siccome l’arbore che mette l’arboscello da lato, che pare separato da lui, e nondimeno la sustanzia della quale egli viene, la traie pure del medesimo arbore. [12] Così è la volontà propria dell’anima, che elegge di servire a Dio a suo modo; e mancandogli quello modo, sostiene pena, e dalla pena viene alla impazienzia; ed è incomportabile a sé medesimo, e non gli diletta di servire a Dio né al prossimo. Anco, chi venisse a lui per consiglio [p. 183 modifica]per aiuto, non gli darebbe altro che rimproverio; non saprebbe comportare il bisogno suo. Tutto questo procede dalla propria volontà sensitiva spirituale, che esce dall’arbore della superbia, il quale è tagliato e non dibarbicato. Tagliato è quando già ha levato il desiderio suo dal mondo, e postolo in Dio; ma havvelo posto imperfettamente: evvi rimasta la radice, e però ha messo il figliuolo [13] da lato: e così si manifesta nelle cose spirituali. Onde, se gli manca la, consolazione di Dio, e rimanga la mente sterile e asciutta, subito si conturba e contrista in sé medesimo: e sotto colore di virtù (perchè gli paie essere privato di Dio) diventa mormoratore, e ponitore di legge a Dio. Ma se egli fusse veramente umile, con vero odio e cognoscimento di se, sì reputerebbesi indegno della visitazione che Dio fa nell’anima, e riputerebbesi degno della pena che sostiene, quando si vede essere privato per consolazione [14] e non per grazia di Dio. Pena sostiene allora perchè gli conviene lavorare con ferri [15] suoi; sicché la volontà spirituale ne sente pena sotto colore di non offendere a Dio: ma ella è la propria sensualità.
E però l’anima umile che liberamente ha tratta la barba della superbia con affettuoso amore, ha annegata la volontà, cercando sempre l’onore di Dio e salute dell’anime: non si cura di pene; ma con più riverenzia porta la mente inquieta, che quieta; avendo rispetto santo, cioè, che Dio gliel [p. 184 modifica]dà e concede [16] per suo bene, acciocché ella si levi dalla imperfezione, e ven^a alla perfezione. Quella è la via da farvela venire; perocché, per quella cognosce meglio il difetto suo e la grazia di Dio, la quale trova in sé per la buona volontà che Dio le ha data, dispiacendogli il peccato mortale. Ed anco, per considerazione che ella ha de’ difetti e delle colpe antiche e presenti, ha conceputo odio contra sé medesima, e amore alla somma eterna volontà di Dio. E però le porta con reverenzia; ed é contenta di sostenere dentro e di fuore, in qualunque modo Dio gliel concede. Purché possa adempire in sé e vestirsi della dolcezza della volontà di Dio, d’ogni cosa gode; e quanto più si vede privare di quella cosa che ama, o consolazione da Dio (come detto é) o dalle creature, più si rallegra.
Perocché spesse volte adiviene che l’anima ama spiritualmente; e se non trova quella consolazione e satisfazione da quelle creature, come vorrebbe; o che le paia che ami o satisfaccia più ad altri che a lei; ne viene in pena, in tedio di mente, in mormorazione del prossimo, e in falso giudicio, giudicando la mente e la intenzione [17] de’ servi di Dio; e specialmente quella di coloro, di cui ha pena.
Onde diventa impaziente, e pensa quello che non dee pensare, e con la lingua dice quello che non dee dire. E vuole allora usare, per queste cotali pene, una stolta umilità, che ha colore di umilità (ma egli è il figliuolo della superbia, che esce dal lato), dicendo in sé medesima: «Io non voglio lor [p. 185 modifica]fare motto, nè impacciarmi più con loro. [18] Starommi pienamente; o non voglio dare pena nè a loro nè a me». E sta in terra [19] con un perverso sdegno. E a questo se ne dee avvedere, che è sdegno; cioè, nel giudicare che sente [20] nel cuore, e nella mormorazione della lingua. Non dee fare dunque così: perocché, per questo modo, non leverebbe però via la barba, né mozzerebbe il figliuolo da lato, che impedisce che l’anima non giugne alla sua perfezione, la quale ha cominciata. Ma debbe con libero cuore, con odio santo di so, e con spasimato desiderio dell’onore di Dio e della salute dell’anime, e con affetto di virtù nell’anima sua, ponersi in su la mensa della santissima croce a mangiare questo cibo; cercando con pena e con sudori d’acquistare la virtù, e non con proprie consolazioni, né da Dio né dalle creature, seguitando le vesti gie e la dottrina di Cristo crocifisso; dicendo a sé medesinia con grande rimproverio: «Tu non debbi, anima mia, tu che se’ membro, passare per altra via che ’l capo tuo. Sconvenevole cosa è che sotto il capo spinato stieno i membri delicati». Che se per propria fragilità e inganno del dimonio, e’ venti de’ molti movimenti del cuore, per lo modo detto di sopra o per altra via, venissero; debbe alloia salire l’anima sopra la coscienzia sua, e tenersi ragione, e non lassarlo passare che non sia punito e gastigato [21] con odio e dispiacimento di [p. 186 modifica]sè medesima. É così divellerà la radice; e col dispiacimento di sè caccerà il dispiacimento del prossimo suo, cioè dolendosi più del disordinato sentimento del cuore e delle cogitazioni, che della pena che ricevesse dalle creature, o per altra ingiuria o dispiacere che per loro le fosse fatto.
Questo è quello dolce e santo modo che tengono coloro che son tutti affocati di Cristo: perocché con esso modo hanno divelta la radice della perversa superbia e il mirollo della impazienzia, lo quale di sopra dicemmo che piaceva molto al dimonio, perocché è principio e cagione [22] d’ogni peccato: così per lo contrario, che come ella piace molto al dimonio, così dispiace molto a Dio. Dispiacegli la superbia, e piacegli l’umilità. E in tanto gli piacque la virtù dell’umilità di Maiia che fu costretto per la bontà sua di donare a lei il Verbo dell’unigenito suo Figliuolo; ed ella fu quella dolce Maria che il donò a noi. Sapete bene, che infino che Maria non mostrò col suono della parola l'umilità e volontà sua, dicendo: «Ecce Ancilla Domini; [23] sia fatto a me secondo la parola tua;» il Figliuolo di Dio non incarnò in Lei; ma, detta che Ella l’ebbe, concepette in sè quello dolce e immacolato Agnello, mostiando in questo a noi la prima dolce Verità, quanto è eccellente questa virtù piccola, le quanto riceve l’anima che con umilità offera e dona la volontà sua al Creatore. Così, dunque, nel tempo delle fadighe e delle persecuzioni, ingiurie, strazi e villanie, ricevendole dal [p. 187 modifica]prossimo suo, o battaglie di mente, e privazioni di consolazioni spirituali e temporali, dal Creatore e dalla creatura (dal Creatore per dolcezza, quando ritrae a sé il sentimento della mente; che non pare allora che Dio sia nell’anima, tante son le battaglie e le pene che ha; e dalle creature per conversazioue e ricreazione, parendole più amare che ella non è amata); in tutte queste cose, dico che l’anima perfetta con la umilità dice: «Signore mio, ecco l'Ancilla [24] tua. Sia fatto in me secondo la tua volontà, e non secondo quello che voglio io sensitivamente». E così gitta l’odore della pazienzia verso del Creatore e della creatura e di sé medesima. [25] Gusta la pace e la quiete della mente; e nella guerra ha trovata la pace, perocché ha tolto di sé la propria volontà fondata nella superbia, ed ha conceputo nell’anima sua la divina Grazia. E porta nel petto [26] della mente sua Cristo crocifisso, e dilettasi nelle piaghe di Cristo crocifisso, e non cerca di sapere altro che Cristo crocifisso; e il suo letto è la croce di Cristo crocifisso. Ine annega la sua volontà, e diventa umile e obediente.
Perocché non è obedienzia senza umilità, e non è umilità senza carità. E questo trova nel Verbo; perocché con l’obedienzia del Padre, e con l’umilità corre all’obbrobriosa morte della croce, conficcandosi e legandosi col chiovo e col legame della carità, e sostenendo con tanta pazienzia che non é [p. 188 modifica]udito il grido suo per mormorazione. Perocché non erano sufficienti i chiovi a sostenere Dio-e Uomo confitto e chiavellato in croce, se l’amore non l’avesse tenuto. Or questo dico che gusta l’anima: e però non si vuole dilettare altro che con Cristo crocifisso. Che se egli fusse possibile acquistare le virtù, fuggire l'inferno e avere vita eterna senza pena, e aver le consolazioni nel mondo spirituali e temporali; non le vorrebbe: ma piuttosto vuole con pena, sostenendo infino alla morte, che per altro affetto [27] avere vita eterna, pure che si possa conformare con Cristo crocifisso e vestirsi degli obbrobrii e delle pene sue. Ella ha trovata la mensa dello immacolato Agnello.
Oh gloriosa virtù! chi non volesse [28] darsi mille volte alla morte, e sostenere ogni pena per volerla acquistare? Tu sei regina, che possiedi tutto quanto il mondo: tu abiti nella vita durabile, perocché, essendo ancora, l’anima che di te è vestita, mortale, [29] tu la fai abitare per affetto d’amore con quelli che sono immortali. Poi, dunque, che tanto é eccellente e piacevole a Dio ed utile a noi e salute del prossimo, questa viitù; levatevi, carissima figliuola, dal sonno della negligenzia e della ignoranzia, gittando a terra la debilezza e la fragilità del cuore, acciocché non senta pena né impazienzia di neuna cosa che Dio permetta a noi; sicché noi non cadiamo nella impazienzia comune, né nella particolare, siccome detto é di sopra; ma virilmente, con libertà di cuore e con perfetta e vera pazienzia servire il nostro dolce Salvatore. Facendo [p. 189 modifica]altrimenti, nella prima impazienzia perderemo la Grazia, e nella seconda impediremo lo stato perfetto; e Don giugnereste a quello che Dio v’ha chiamata.
Dio pare che vi chiami alla grande perfezione. E a questo me ne avveggo, perocché Egli vi tolle ogni legame il quale ve la potesse impedire. Perocché, secondo che io intendo, pare che abbia chiamata a sé la vostra figliuola, [30] che era l’ultimo legame di fuore. Della quale cosa sono molto contenta, con una santa compassione, che Dio abbia sciolta voi, e tratta lei di fadiga. Ora voglio dunque, che al tutto voi tagliate la propria volontà, acciocch’ella non stia attaccata altro che a Cristo crocifisso. E per questo modo adempirete la volontà sua e il desiderio mio. E però vi dissi, non cognoscendo altra via perchè voi la adempiste, che io desideravo di vedervi fondata in vera e santa pazienzia: perocché senza essa non potremo tornare al nostro dolce fine. Altro non dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.
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