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Chapter 43 of 202

XXXIX

XXXIX. — A. D. Jacomo Monaco della Certosa nel Monastero di Pontignano, presso Siena. [1]

Impazienza del dolore che viene da Dio; delle molestie che dagli uomini. Intolleranza de’ loro difetti, de’ pregi loro che non piacciono a noi. Voler essere compatiti dagli altri, e non si accorgere che anco la compassione ha il suo pudore e può ascondersi nel cuore altrui senza sfoggio vano. Volere dolori a senno proprio, che lusinghino la nostra vanità. L’impaziente manca di fede: l’intollerante mormora, e giudica falso. Certo.zelo del meglio, è superbia invidiosa, il bene è vario negli uomini, negli angeli, nella natura visibile. Contemplare questa varietà magnifica, sarà parte di beatudine. Pazienza è virtù amorosa, scala di perfezione. Dalle ripetizioni molte di questa lettera, spunta a ogni tratto qualche nuovo pensiero e grande.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Carissimo Padre e figliuolo in Cristo dolce Gesù.

Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi fondato in vera e santa pazienzia. La quale pazienzia dimostra se le virtù sono vive o no nell’anima. La pazienzia non si prova se non nel tempo della fadiga; perocché senza la tribolazione non si trova questa virtù: che chi non è tribolato, non gli bisogna pazienzia, perchè non ha chi gli faccia ingiuria. Dico che pazienzia dimostra se le virtù sono nell’anima o no. Con che cel dimostra, se esse non visone? con la impazienzia. Vuoi tu’ vedere se le virtù sono anco imperfette, e se la radice dell’amore proprio vive ancora nell’anima? miralo, al tempo delle fadighe che frutto gli nasce.

Perocché se gli nasce frutto di pazienzia, la radice [p. 191 modifica]della propria volontà è segno ch’è morta, e le virtù sono vive; e se nasce frutto d’impazienzia, mostra chiarissimamente che la radice della propria volontà è anco viva in lui (e però si sente: perocché colui che è vivo si sente, ma la cosa morta no); e le virtù mostrano alienate ^ in quell’anima.

Ma attendete, che sono due ragioni d’impazienzia: l’una delle quali dà morte, perocché esce dalla morte; e l’altra impedisce la perfezione, perchè esce della imperfezione. Siccome sono due stati principali, che nell’uno sta la vita, nell’altro la morte, cioè in coloro che stanno nella morte del peccato mortale. Costoro partoriscono (ricevendo tribolazione e persecuzione del mondo, perchè questa vita [2] non passa senza fadiga, in qualunque stato l’uomo si sia) una impazienzia con odio e dispiacimento del prossimo suo, con una mormorazione verso di Dio; giudicando in suo male quello che Dio gli ha fatto per bene, e per riducerlo allo stato della Grazia, e per tollergli la morte del peccalo mortale: ma egli, come ignorante e miserabile, perchè la radice sua è morta a Grazia, però produce il frutto morto della impazienzia; e con questo segno della impazienzia dimostra la morte ch’è dentro nell’anima. Un’altra impazienzia è, la quale dico che impedisce la perfezione (e così è la verità), e dimostra la imperfezione. E se esso non se ne corregge, potrà venire a tanto che perderà il frutto della sua fadiga o starà in continua pena. Questi sono coloro che sono levati dalla tenebra del peccato mortale, e vivono in Grazia: ma che è? è che [p. 192 modifica]la radice dell’amor proprio non è anco morta in loro: onde sono ancora imperfetti, e con una tenerezza di loro medesimi; con la quale tenerezza s’hanno compassione. Perocché perchè anco s’ama, si duole; e quello che egli ha in sé (cioè d’aversi compassione), vorrebbe che ognuno li avesse. E non trovando che gli sia avuta compassione, ha pena; e così l’una pena con l’altra, cioè la pena della tribolazione o d’infirmità o di molestia mentale, o per persecuzione dagli uomini (o da qualunque lato ella viene), accordata questa pena con quella che egli porta (cioè di volere che gli altri gli abbia compassione), viene ad impazienzia, e spesse volte a mormorazione contea ’l prossimo suo, e a giudicio, giudicando la volontà altrui. Perocché spesse volte potrà avergli compassione, e non gli ’l dimostrerà. E tutto questo gli diviene, [3] perchè la radice dell’amore proprio non è morta in lui. Chi ce la mostra? la impazienzia, come detto è. Perocché ella ha partorito frutto imperfetto; non però di morte, perocché egli è levato dalla colpa mortale; ma uno dispiacimento e una pena, che egli riceve delle fadighe sue proprie, e verso del prossimo suo, non parendogli ch’egli gli abbia compassione, come egli vorrebbe. Questa è una imperfezione la quale impedisce la grande perfezione del Monaco o d’altri religiosi, li quali hanno lassato lo stato imperfetto della carità comune, dove stanno i secolari, volendo vivere in Grazia, e iti alla grande perfezione, dove essi debbono essere specchio d’obedienzia e di pazienzia, con volontà morta e non viva. [4] [p. img modifica].mw-parser-output p.freedImg,.mw-parser-output div.freedImg2>p.freedImg2,.mw-parser-output #mySpan1,.mw-parser-output #mySpan2,.mw-parser-output.mySpan1,.mw-parser-output.mySpan2{text-indent:0}.mw-parser-output #mySpan2 a,.mw-parser-output.myspan2 a{width:inherit}.mw-parser-output.freedImg,.mw-parser-output.newFreedImg{width:inherit;height:auto}.mw-parser-output.newFreedImg img{object-fit:contain;width:100%;height:100%}.mw-parser-output.imgCaption{font-size:94%;line-height:1.0;margin:.375em 0 0 0;padding:.25em 1px.75px}.mw-parser-output.imgCaption p{text-indent:0!important;margin:0}Vallombrosa [p. 193 modifica]Quale sarebbe quella lingua che potesse narrare quanti inconvenienti ne vengono? non credo che ne fusse neuna. Ma tre principali ne escono di colui che non ha morta la sua volontà. L’uno è, ch’egli è infedele, e non fedele col lume della fede viva; anco, ha posto la nebula sopra l’occhio dell’intelletto, dove sta la pupilla del lume della fede. Onde subito che egli ha questo principale,[5] cioè d’avere posta una nebbia d’amore proprio sopra l’occhio suo, e offuscato il lume delle fede; cade subito nel secondo e nel terzo, cioè nella disobedienzia, donde verrà la impazienzia; e nel giudicio, donde verrà nella mormorazione. E se voi ragguarderete bene, di questi tre l’uno non è senza l’altro. Non è dunque da dubitare che, essofatto che la radice dell'amore proprio non è morta in noi, l’occhio è tenebroso, e tutti i frutti delle virtù sono imperfetti; perocché ogni perfezione procede da occidere la volontà sensitiva, e dar vita alla ragione nella dolce volontà di^ Dio. Sicché dunque, essendo viva e imperfetta, subito è disobediente contra Dio e contra il prelato suo. Perocché, se egli fusse obediente, porterebbe la disciplina di Dio e quella del prelato con debita reverenzia; ma perchè egli non è obediente, ma è disobediente con volontà viva, però viene ad impazienzia verso di Dio e a disobedienzia. Però che volontà di Dio è, che noi portiamo con pazienzia ogni disciplina, da qualunque lato egli ce la concede, e con vera pazienzia riceverle da lui con quello amore ch’egli ce la dà: perocché ciò che egli dà e permette a noi, è per nostra santificazione; e però con amore le doviamo ricevere. Onde non facendo [p. 194 modifica]così, siamo disobbedienti a lui, e cadiamo nella mormorazione, e in uno giudicio; con una tenerezza di noi medesimi, con una superbia e infedelità, di volere eleggere di servire a Dio a nostro modo. Perocché, se in verità credessimo che ogni cosa che è, procede da Dio, eccetto il peccato, e che egli non può volere altro che ’l nostro bene, il quale vediamo e gustiamo nel sangue di Cristo crocifisso (perocché, s’egli avesse voluto altro che la nostra santificazione, non ci averebbe dato sì fatto ricompratore); dico, che se questo credessimo in verità che il lume della fede non fusse offuscato con l’amore proprio di noi, saremmo obedienti e riceveremmo con reverenzia quello ch’egli ci dà, e giudicheremmolo in nostro bene, dato a noi per amore e non per odio, com’egli è. Ma perché ci è la infedelità, però riceviamo pena, e siamo impazienti delle pene che noi sosteniamo, e disobedienti verso il prelato, giudicando la volontà del prelato, e non la volontà di Dio in lui.

Perocché spesse volte il prelato farà con buona e santa intenzione quello ch’egli farà verso del suddito; e il suddito infedele e disobediente terrà tutto il contrario. Questo è per la superbia sua, e perchè la radice dell’amore proprio non é morta in lui, perocché se ella fusse morta, sarebbe quello per che egli entrò nell’Ordine, cioè d’obedire schiettamente [6] e senza alcuna passione, siccome fa l’umile obediente. Che se il prelato suo fusse un Dimonio, il vero obediente, ciò che gli è fatto, o se gli sono imposte le gravi obedienzie, ogni cosa riceve con [p. 195 modifica]pazienzia, giudicando che volontà di Dio è di far tenere quelli modi al prelato verso di lui; o per necessità della sua salute, o per farlo venire a grande perfezione. E però riceve cou pace e quiete di mente l’obedienzia sua, e gusta l’arra di vita eterna in questa vita. E perchè esso ha morta la volontà, ed è ito con lume della fede e con vera obedienzia; però gusta il dolce e amoroso frutto della pazienzia, con fortezza e perseveranzia infine alla morte. Questo frutto ha dimostrato ch’egli in verità s’è levato dalla imperfezione, ed [7] è giunto alla perfezione. Siccome il disobediente dimostra li difetti suoi con la impazienzia, onde vediamo che sempre si scandalizza; se non quando la prosperità andasse a modo suo, e il prelato facesse quello ch’egli vuole. Ma se fa il contrario, si turba. Perchè? perchè egli è vivo. Perocché, se egli fusse morto, non gli addiverrebbe. Onde questi cotali sono debili: perocché come la paglia lor si volle [8] fra’ piedi, così vengono meno. E se il prelato comanda cosa che non gli piaccia, egli si turba,

E se egli è infermo, egli ’è impaziente per la tenerezza ch’egli ha al corpo suo. E spesse volte sotto colore di bene dirà: «se io avessi un’altra infirmità, io me la porterei più agevolmente. Ma questa infirmità è una cosa occulta, che non si vede; e però non m’è creduta, e impediscemi l’officio l’altre osservanzie, di non poter fare come gli [p. 196 modifica]altri». E però non pare che ci possa avere pace. Costui, come imperfetto e con poco lume, è ingannato dalla propria passione e tenerezza di sé. Chi cel dimostra? la impazienzia ch’egli ha, perchè non gli pare che gli altri gli abbiano compassione. Questi vuole eleggere il tempo e 'l luogo e le fadighe a suo modo. Non debbo fare così, ma umiliarsi sotto la potente mano di Dio, e ogni cosa avere in riverenzia; e fare quello ch’egli può fare. E quand’egli non può rendere il debito dell’officio e degli altri esercizii, come gli altri; ed egli rendere [9]' il debito della pazienzia. Perocché Dio non ci richiede più che noi potiamo fare.

Ma ben ci richiede l’amore col santo desiderio, e con pazienzia portare ogni pena e fadiga, e in ogni tempo e in ogni luogo che noi siamo, con odio e dispiacimento della propria sensualità. Perocché così fanno coloro che vogliono essere perfetti. E a questo modo gusterà vita eterna nelle pene sue in questa vita; e avendo pena, non avrà pena, ma la pena gli sarà refrigerio, pensando che egli si possa conformare con li obbrobri di Cristo crocifisso, E non vorrà, egli, servo, tenere per altra via che ’l Signore; e però porterà con reverenzia, bagnandosi e annegandosi nel sangue di Cristo crocifisso. Il quale sangue, all’anima che ’l gusta con affetto di carità, rimane morta la volontà sua. [10] Morta la volontà, gli è tolta ogni pena; perocché solo la volontà é quella cosa che le pene e le tribolazioni ci [p. 197 modifica]fa essere pene; ma morta la volontà nostra, e vestiti della volontà di Dio, la pena e’ ò diletto, e il diletto sensitivo, per odio santo di noi, ci sarebbe fatica, perocché vedremmo ciie la via del diletto non G la via di Cristo crocifisso. Vede [11] e’ Santi che l'hanno seguito, e vede che ’l regno del cielo, vita eterna, non si vende ne acquistasi per diletto; ajico, si acquista e si guadagna [12] il regno di Dio con povertà volontaria, e con avere la pena per diletto, e con molto sostenere; e il diletto [13] ci paia fadiga, come detto è. La volontà allora accordata con la volontà di Dio, ne riceve l’arra: e però dicevo che in questa vita gusta l’arra di vita eterna.

Costui non cade nel terzo difetto del giudicio, cioè di giudicare la volontà di Dio, altro che giustamente, e con amore; e vedendosi amato da lui, per amore riceve ogni cosa. Né cade ancora in giudicare la volontà degli uomini in cosa, o in alcuno modo[14] nel mondo, nè per strazio, né per ingiurie, o per persecuzioni che gli fussero dette o fatte da loro. Ma giudica con una santa considerazione, che Dio il permetta per suo bene, e che essi il fanno per provarlo in virtù. Né non giudicherà mai li servi di Dio, né le operazioni d’alcuna creatura: eziandio se vedesse il male espressamente, noi vede, né debbe vedere, per giudicio [15] nè per mormorazio[p. 198 modifica]ne; ma per compassione il debbe portare dinanzi da Dio, ponendo i difetti del prossimo sopra di sè.

Così vuole l’affetto della carità; e non vuole che si faccia come fanno gl’imperfetti, accecati ancora d’un proprio amore di loro medesimi. Che pare che si nutrichino del giudicare le creature; e non tanto che li uomini del mondo, ma li servi di Dio, volendoli mandare a loro modo; e se non vanno a loro modo, sono iscandalizzati in loro. E spesse volte, sotto colore di compassione, caggiono nella mormorazione. Costui vuole ponere legge allo Spirito Santo, e non se n’avvede. Perchè non se n’avvede? Perchè lo dimonio l’ha velato col velame della compassione; ma ella è piuttosto una radicata invidia e presunzione, presumendo di sé, di sapere alcuna cosa più, che compassione. Perocché s’ella fusse compassione e zelo della salute delle anime e onore di Dio; userebbe la carità, e dischiarerebbe [16] se medesimo alle proprie persone di cui egli avesse pena; e così guadagnerebbesi e il prossimo suo, e goderebbe, sé egli fusse largo [17] in verità, e con vero lume, di vedere i differenti modi e vie che Dio tiene co’ servi suoi. Onde dimostra la somma Bontà, che egli[18] ha che dare. E però disse Cristo benedetto: «nella casa del padre mio sono molte mansioni». E quale sarà quella lingua che possa narrare tanti [p. 199 modifica]diversi modi e visitazioni e doni e grazie elio Dio fa, non tanto in molte creature, ma in una anima medesima? perocchè, come le virtù sono diverso, poniamochè tutte trafugano nel segno della carità; così sono diversi e’ diversi modi e costumi de’ servi di Dio. Non, che chi ha perfettamente la virtù della carità, non abbia tutte quante l’altre virtù; ma a cui è propria una virtù, e a cui e un’altra, sopra la quale principal virtù tira tutte [19] l’altre. Onde altri modi vediamo in colui a cui è propria la virtù della carità, e tutto [20] dilettato nella carità del prossimo suo; e [21] altro modo ha colui a cui è appropriata la virtù dell’umilità, con una fame di solitudine. In un altro la giustizia; in un altro una libertà, [22] con una fede viva che di neuna cosa pare che possa temere; e altri in una penitenzia, dandosi tutti a mortificare li corpi loro: e altri studia ad uccidere la propria volontà, con vera e perfetta obedienzia. Or così sono diversi i modi e i costami loro; e ciascuno corre però nella virtù della carità. Onde abbiamo che i Santi che sono a vita eterna, tutti sono andati per la via della carità, ma in diversi modi; che l’uno non è simile all’altro. Ed eziandio nella natura angelica è differenzia; perocché non sono tutti eguali: onde tra già altri diletti, che abbia l’anima a vita eterna, si è di vedere la grandezza di Dio né santi suoi, in quanti diversi modi gli ha remunerati. E in tutte le cose create troviamo questa differenzia, [p. 200 modifica]cioè, di vederle variate in qualche cosa, perocché tutte non sono a un modo: poniamochè sieno fatte tutte da uno medesimo affetto, [23] cioè, create da Dio in uno medesimo amore. E questa è la grande dignità a vedere in Dio, a chi avesse lume, e volesse punto cognoscere la sua grandezza; perocché la troverebbe nelle cose visibili ed invisibili, come detto è. Dunque bene è matto e folle [24] colui che vorrà mandare le creature a suo modo; che non anderà secondo il suo parere, ne sarà scandalizzato in lui. Non debbo dunque cadere in questo terzo giudicio; ma debbe godere, e avere in reverenzia li modi e costumi de’ servi di Dio, dicendo in sé medesimo con umilità: «Grazia sia a te, Signore, di tanti modi e vie, quante tu dai e fai [25] tenere alle tue creature».

E quando spressamente vedesse il difetto o ne’ servi di Dio o ne’ servi del mondo, portilo con grande compassione dinanzi da Dio. E se può caritativamente dirlo al prossimo suo, il debbe dire. Così fa colui che è perfetto in carità e umile, che non presume di sé medesimo. Costui è veramente fondato, e non si scandalizza in sé per pena che sostenga, né nel prelato per la grave obedienzia: anco, obedisce infino alla morte in ogni cosa, se non in quello che vedesse che fusse fuora della volontà di Dio. Perocché cosa che egli vedesse che fusse offesa di Dio, noi debbe fare: ma ogni altra cosa, sì. E non si scandalizza nel prossimo, né per ingiuria che li fusse fatta da lui, né per modi e costumi diversi che in loro vedesse; ma d’ogni cosa [p. 201 modifica]gode e guadagna, e trae il frutto a sé per la virtù della carità che è dentro noli’ anima sua. Chi dimostra questo? la virtù della pazienzia che ha fatto chiaro e manifesto la virtù nel perfetto, e il mancamento delle virtù nello imperfetto, vedendo visi il contrario, cioè la impazienzia. Adunque bene è vero che la virtù della pazienzia è uno segno dimostrativo, che mostra l'uomo perfetto e imperfetto.

Voi sete posto nello stato della grande perfezione; e però dovete essere paziente per lo modo che detto è, bagnata e annegata la propria volontà nel sangue di Cristo crocifisso. Perocché in altro modo offendereste la vostra perfezione, alla quale sete entrato a servire, e così cadereste nella seconda impazienzia, della quale facemmo menzione. E però vi dissi, ch’io desideravo di vedervi fondato in vera e santa pazienzia, acciocché fra le fadighe godeste e gustaste l’arra di vita eterna, e nell’ultimo riceveste il frutto delle vostre fadighe. E però riposatevi in croce col dolce immacolato Agnello. Altro non vi dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.

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