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Chapter 41 of 202

XXXVII

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XXXVII. — A Frate Niccolò di Ghida dell’ordine di Monte Oliveto.[1]

(Fatta in astrazione).[2] Dal conoscere i propri difetti, l’umiltà; dal conoscere l’amore di Dio, carità: dall’umile carità, l’odio del male con la speranza del meglio. Due celle: del corpo, della mente. Due carità: la diritta che cerca il bene schiettamene; la troppo semplice per astuzia, che della ricerca. del bene altrui!a tentazione dell’anime nostre. Mali della dissipazione. Viviamo con noi e con gli scritti e gli esempi de’ Grandi buoni. Il raccoglimento continuo ci è incessante comunione col sangue di Cristo.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Carissimo figliuolo in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi abitatore della cella del[3] cognoscimento [p. 174 modifica]di voi, e della bontà di Dio in voi: la quale cella è una abitazione che l’uomo porta con seco duvunque va. In questa cella s’acquistano le vere e reali virtù, e singolarmente la virtù dell’umiltà, e dell’ardentissima carità. Perocché nel cognoscimento di noi l’anima s’umilia, cognoscendo la sua imperfezione, e se non essere; ma l’essere suo il vede avere avuto da Dio. Poi, dunque, che cognosce la bontà del suo Creatore in sé, retribuisce a lui l’essere, e ogni grazia che è posta sopra l’essere: e così acquista vera e perfetta carità, amando Dio con tutto il cuore e tutto l’affetto,[4] e con tutta l'anima sua. E come egli ama, concepe un odio verso la propria sensualità, in tanto che per odio [5] di sé è contento che Dio voglia e sappia punirlo per qualunque modo si vuole delle sue iniquità. Questi è fatto subito paziente in ogni tribolazione, o dentro o di fuore che l’abbia. Onde se egli l'ha dentro per diverse cogitazioni, egli le porta volontariamente, reputandosi indegno della pace e quiete della mente, la quale hanno gli altri servi di Dio: e reputasi degno della pena, e indegno del frutto che seguita dopo la pena.

Questo d’onde gli procede? dal cognoscimento di sé santo. Colui che cognosce sé, cognosce Dio e la bontà di Dio in sé; e però l’ama. Di che si diletta allora quell’anima? dilettasi di portare senza [p. 175 modifica]colpa per Cristo crocifisso; e non cura le persecuzioni del mondo nè le detrazioni degli uomini; ma il suo diletto è di portare i difetti del suo prossimo.

E cerca di poitare in verità[6] le fadighe dell’Ordine, e innanzi morire che trapassare il giogo dell’obedienzia; ma sempre è suddito non tanto che al prelato, ma al più minimo, che n’è. [7] Perocché non presume di so medesimo, reputandosi alcuna cosa: e però si fa veramente suddito ad ogni persona per Cristo crocifisso, non in subiezione di piacere nè di peccato,[8] ma con umiltà e per amore della virtù. Egli fugge la conversazione del secolo[9] e de’ secolari; e fugge il ricordamento[10] de’ parenti (non tanto che d’avere loro conversazione), siccome serpenti velenosi. Egli è fatto amatore della cella, e dilettasi del salmeggiare con umile e continua orazione; e bassi fatto della cella uno cielo. E più tosto vorrà stare in cella con pene e con molte battaglie del dimonio, che fuore della cella in pace e in quiete.

Onde ha questo cognoscimento e desiderio? Hallo avuto e acquistato[11] nella cella del cognoscimento di sé: perocché, se prima non avesse avuta [p. 176 modifica]questa abitazione della cella mentale, né avrebbe avuto desiderio, nè amerebbe la cella attuale. Ma perchè vide e cognobbe in sé quanto era pericoloso il discorrere e star fuor di cella, però l’ama. E veramento il monaco fuore della cella muore, siccome il pesce fuore dell’acqua. Oh quanto è pericolosa cosa al monaco l’andare a torno! Quante colonne [12] abbiamo veduto essere date a terra, per lo discorrere e stare fuore della cella sua, di fuore del tempo debito ed ordinato! quando il mandasse l'obedienzia o una stretta espressa carità, per questo l'anima danno non riceverebbe, ma per leggerezza di cuore, e per la semplice carità, la quale alcuna volta lo ignorante (per illusione del dimonio per farlo stare fuore della cella)[13] egli adopera nel prossimo suo. Ma egli non vede che la carità si debba prima muovere di se; [14] cioè che a sé non debba fare male di colpa, né cosa che gli abbia a impedire la sua perfezione, per neuna utilità che possa fare al prossimo suo. Perché gli addiviene che per [15] lo stare fuore della cella attuale [16] gli è [p. 177 modifica]tanto nocivo? perchè prima ch’egli esca dalla cella attualo, è uscito dalla cella mentale del cognoscimento di sè: perocchè se non fusse escito averebbe cognosciuta la[17] sua fragilità, per la quale fragilità non faceva per lui l’andar fuore ma di stare dentro. Sapete che frutto n’esce per l’andar fuore? Frutto di morte, perocché la mente se ne svagola, pigliando la conversazione degli uomini, e abbandonando quella degli angioli. Votasi la mento de’ santi pensieri di Dio, empiesi del piacimento delle creature: con molte varie e malvage cogitazioni diminuisce la sollecitudine e la devozione dell’uffizio,^ e raffredda il desiderio nell’anima. Onde apre le porte dei sentimenti suoi; cioè r occhio a vedere quello che non debba, e le orecchie a udire quello che è fuore della volontà di Dio e salute del prossimo; la lingua a parlare parole oziose, e scordarsi del parlare di Dio. Onde fa danno a sé e al prossimo suo, tollendogli l’orazione, perocché nel tempo che debbo orare per lui, egli va discorrendo; e toltegli anco la edificazione. [18] Onde la lingua non sarebbe sufficiente a narrare quanti mali n’escono. E non se n’avvedrà se non n’ha cura: che a poco a poco sdrucciolerebbe tanto, che si partirebbe dall’ovile della santa religione. E però colui che cognosce sé, vede questo pericolo; e però fugge in cella, ed ine empie la mente sua, abbracciandosi con la croce, con la compagnia de’ santi dottori, [19] i quali col [p. 178 modifica]lume soprannaturale, come ebbri, parlavano della larghezza della bontà di Dio, e della viltà loro; e innamoravansi delle virtù, prendendo il cibo dell’onore di Dio, e della salute dell’anime in su la mensa della santissima croce, sostenendo pena con vera perseveranzia iufino alla morte. Or di questa compagnia si diletta; e quando l’obedienzia il mandasse fuore, duro gli pare; ma stando di fuore, sta dentro per santo e vero desiderio. E in cella si notrica di sangue,[20] ed unisce col sommo ed eterno Bene per affetto d’amore. Egli non fugge né rifiuta[21] labore; ma come vero cavaliere, sta in cella in sul campo della battaglia, difendendosi da’ nemici col coltello dell’odio e dell’amore, e collo scudo della santissima fede. E mai non volle il capo indietro, ma con speranza e col lume della fede persevera, infino che con la perseveranzia riceve la corona della gloria, Costui acquista la ricchezza delle virtù; ma non l’acquista né compra questa mercanzia in altra bottiglia[22] che nel cognoscimento di sé, della bontà di Dio in sé; per lo quale cognoscimento è fatto abitatore della cella mentale e attuale; perocché in altro modo mai non l’averebbe acquistate.

Onde considerando me che altro modo non ci ha, dissi che io desideravo di vedervi abitatore della cella del cognoscimento di voi e della bontà di Dio in voi. Ma sapete che fuora della cella non l’acquisterete mai. E però voglio che voi strettamente torniate a voi medesimo, stando in cella; e lo star [p. 179 modifica]fuora della colla vi venga a tedio, di finire da quello che vi pone l’obbedienzia e la estrema necessità. E l’andare alla terra[23] vi paia andare a uno fuoco, e la conversazione de’ secolari vi paia veleno. Ma fuggite a voi medesimo[24] e non vogliate essere fatto crudele all’anima vostra. Figliuolo carissimo, io non voglio che dormiamo più ma destianci nel cognoscimento di noi, dove troveremo il sangue dell’umile e immacolato Agnello. Altro non vi dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Strettamente ci raccomandate al priore e a tutti gli altri. Gesù dolce, Gesù amore.

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XXXVII · Letters — Catherine of Siena · The Conscious Library