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Chapter 189 of 202

CLXXXV

CLXXXV. — A Gregorio XI.

Che il conoscimento di sé insegna all’uomo il vero amore di sé e degli uomini; che l’amore disordinato di sé rende i pastori e i reggitori fiacchi al fare giustizia. Consigli di pace; che la guerra volgasi piuttosto oltremare; che tengasi in fede Pisa e Lucca; che migliori elezioni facciansi di cardinali.

[1]Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

A voi, reverendissimo [2] e dilettissimo padre in Cristo Gesù, la vostra indegna, misera, miserabile figliuola Catarina, serva [3] e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrive nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi uno arbore fruttifero, pieno di dolci e soavi frutti, e piantato in terra fruttifera [p. 149 modifica] perocche se fusse fuora della terra, si seccherebbe, e non farebbe frutto); cioè nella terra del vero cognoscimento di voi. Perocché l’anima che cognosce sé medesima, s’umilia perocchè non vede di che insuperbire; e nutrica in sé il frutto dolce dell’ardentissima carità, cognoscendo in sé la smisurata bontà di Dio; e cognoscendo sé non essere, ogni essere che ha, retribuisce poi a Colui che è. Onde allora pare che l’anima sia costretta ad amare quello che Dio ama, e odiare quello ch’egli odia.

Oh dolce e vero cognoscimento, il quale porti teco il coltello dell’odio e con esso odio distendi la mano del santo desiderio a trarre e uccidere il vermine dell’amore proprio di sé medesimo, il quale è uno vermine che guasta e rode la radice dell’arbore nostro, sì e per siffatto modo che niuno frutto di vita può producere, ma seccasi, e non dura la verdura sua; perocché colui che ama sé, vive in lui la perversa superbia (la quale é capo e principio d’ogni male) in ogni stato ch’egli è, o prelato o suddito. Che se egli è solo [4] amatore di sé medesimo, cioè che ami sé per sé, e non sé per Dio; non può far altro che male, e ogni virtù é morta in lui. Costui fa come la donna che partorisce i figliuoli morti. E così é veramente: perchè in sé non non ha avuta la vita della carità, e attendette solo alla loda e alla gloria propria, e non del nome di Dio. Dico dunque: se egli è prelato, fa male, perocché per l’amore proprio di sé medesimo (cioè, per non cadere in dispiacimento delle creature) nel quale egli è legato per piacimento e amore proprio [p. 150 modifica]di sè muore in lui la giustizia santa. Perocché vede commettere i difetti e’ peccati a’ sudditi suoi, e pare che facci vista di non vedere, o non gli correggere; o se pure li corregge, li corregge con tanta freddezza e tiepidità di cuore, che non fa cavelle[5], ma è uno rampiastrare [6] il vizio: e sempre teme di non dispiacere e di non venire in guerra. Tutto questo è perchè egli ama sè. E alcuna volta è che essi vorrebbero fare pur con pace; io dico che questa è la più pessima crudelità che si possa usare. Se la piaga, quando bisogna, non s’incende col fuoco, e non si taglia col ferro, ma ponesi solo l’unguento; non tanto ch’egli abbi sanità, ma imputridisce tutto, e spesse volte ne riceve la morte.

Oimè, oimè, dolcissimo Babbo mio! questa è la cagione che li sudditi sono tutti corrotti di immondizia e di iniquità. Oimè, piangendo il dico: quanto è pericoloso questo vermine detto! che non tanto che dia la morte al pastore, ma lutti gli altri ne vengono in infermità e in morte. Perchè seguita [7] costui tanto unguento? perchè non ne gli viene pena; perocché dell’unguento che pongono sopra gl’infermi, non ne gli cade dispiacere neuno, ne neuno malevolere; [8] però che non ha fatto contra la sua volontà; perocch’egli voleva unguento, e [p. 151 modifica]unguento gli ha dato. Oh miseria umana! Cieco è lo infermo che non cognosce il suo bisogno; e cieco è il pastore che è medico, che non vede né riguarda se non al piacere, e alla sua propria utilità; perocché, per non perderlo, non ci usa coltello di giustizia, né fuoco dell’ardentissima carità. Ma costoro fanno come dice Cristo: che se uno cieco guida l’altro, ambidue ne vanno nella fossa. E l’infermo e il medico ne vanno all’inferno. Costui è dritto[9] pastore mercenaio, perocché non tanto che esso tragga le pecorelle sue di mano del lupo, egli è divoratore d’esse pecorelle. E di tutto questo è cagione, perchè egli ama sé senza Dio: onde non seguita il dolce Gesù, pastore vero, che ha dato la vita per le pecorelle sue. Bene é dunque pericoloso in sé e in altrui questo perverso amore, e bene è da fuggirlo, poiché ad ogni generazione di gente fa tanto male. Spero per la bontà di Dio, venerabile Padre mio, che questo spegnerete in voi; e non amerete voi per voi, né il prossimo per voi, né Dio; ma ameretelo perchè egli é somma e eterna Bontà, e degno d’essere amato; e voi e il prossimo amerete a onore e gloria del dolce nome di Gesù. Voglio dunque che siate quello vero e buono pastore che se aveste cento migliaia di vite, vi disponiate tutte a darle per onore di Dio, e per salute delle creature. Babbo mio, dolce Cristo in terra, seguitate quello dolce Gregorio;[10] perocché così sarà possibile a voi come a lui; però che egli non fu d’altra carne che voi; e quello Dio è ora, [p. 152 modifica]che era allora: non ci manca se non virtù, e fame della salute dell’anime. Ma a questo e’ è il rimedio, Padre; cioè che noi leviamo l’amore detto di sopra, da noi e da ogni creatura fuora di Dio. Non s’attenda più ne ad amici né a parenti, né a sua necessità temporale; ma solo alla virtù, e alla esaltazione delle cose spirituali. Che per altro non vi vengono meno le temporali, se non per abbandonare la cura delle spirituali.

Or vogliamo noi dunque aver quella gloriosa fame che hanno avuta quelli santi e veri pastori passati, e spegnere in noi questo fuoco, cioè dell’amore di sé? Facciamo com'e eglino, che col fuoco spegnevano il fuoco; perocché tanto era il fuoco della inestimabile e ardentissima carità che ardeva nelli cuori e nell’anime loro, che erano affamati, e fatti gustatori e mangiatori dell’anime. Oh dolce e glorioso fuoco, che è di tanta virtù, che spegne il fuoco, e ogni disordinato diletto e piacere, e amore di sé medesimo; e fa [11] come la gocciola dell’acqua, che tosto si consuma nella fornace. E chi mi dimandasse come ci vennero a questo dolce fuoco e fame (conciosiacosaché noi siamo pur arbori infruttiferi per noi); dico che essi s’imiestaro nell’arbore fruttifero della santissima e dolcissima croce, dove essi trovaro l’Agnello svenato con tanto fuoco d’amore della nostra salute, che non pare che si possa saziare. Anco [12] grida che ha sete; quasi dica: io ho maggior ardore e sete e desiderio della salute vostra, che io non vi mostro con la passione finita.[13] Oh dolce e buono Gesù! Vergognisi li pontefici e [p. 153 modifica]li pastori, e ogni creatura, dell’ignoranzia e superbia e piacimenti nostri, a ragguardare tanta larghezza e bontà e amore ineffabile del nostro Creatore. Il quale s’è mostrato a noi arbore, nella nostra umanità, pieno di dolci e soavi frutti; perchè noi, arbori salvatichi, ci potessimo innestare in lui. Or questo fu dunque il modo che tenne lo innamorato di [14] Gregorio e gli altri buoni pastori; cioè, cognoscendo, loro senza neuna virtù non essere, [15] ragguardando il Verbo, arbore nostro; e fecero uno innesto in lui, legati e vinti[16] col legame dell’amore. Perocché di quello che l’occhio vede, di quello si diletta, quando è cosa bella e buona. Adunque videro, e vedendo, si legaro sì e per siffatto modo che non vedevano loro, ma ogni cosa vedevano e gustavano in Dio. E non era ne vento né grandine, né dimonia, [17] né creature, che le potesse tollere che non producessero frutti domestichi: perocché erano innestati nel midollo dell’arbore nostro, Gesù. E li frutti, dunque, loro producevano eglino per lo midollo della dolce carità, nella quale erano uniti. E non ci ha altro modo.

E questo è quello ch’io voglio vedere in voi. E se per insino a qui non ci fussi stato ben fermo, in verità voglio e prego che si facci questo punto del tempo che e’ è rimasto, virilmente, e come uomo virile, seguitando Cristo, di cui Vicario sete. E non [p. 154 modifica]temete, Padre, per veruna cosa che avvenga da questi venti tempestosi che ora vi sono venuti, cioè di questi putridi membri che hanno ribellato a voi.

Non temete: però che l’aiuto divino è presso. Procurate pure alle cose spirituali, a’ buoni pastori, a’ buoni rettori nelle città vostre; perocché per li mali pastori e rettori avete trovata ribellione. [18] Poneteci dunque rimedio; e confortatevi in Cristo Gesù, e non temete. Andate innanzi, e compite con vera sollecitudine e santa quello che per santo proponimento avete cominciato; cioè dell’avvenimento vostro, e del santo e dolce Passaggio. E non tardate più, perocché per lo tardare sono avvenuti molti inconvenienti; e il demonio s’é levato e leva per impedire che questo non si faccia, perchè s’avvede del danno suo. Su dunque, Padre! e non più negligenzia. Drizzate il gonfalone della Santissima croce, perocché coll’odore della croce acquisterete la pace. Pregovi che coloro che vi sono ribelli, voi gl’invitiate ad una santa pace, sicché tutta la guerra caggia sopra gl’infedeli. Spero per l’infinita bontà di Dio, che tosto mando’à l’aiutorio suo. Confortatevi, confortatevi, e venite, venite a consolare li poveri [19] li servi di Dio, e figliuoli vostri. Aspettiamovi con affettuoso e amoroso desiderio. Perdonatemi, Padre, che tante parole v’ho dette. Sapete che per l’abondanza del cuore la lingua favella. Son certa che, se sarete quello arbore che io desidero di vedervi, che neuna cosa vi impedirà. [p. 155 modifica]Pregovi che vi mandiate proferendo come padre in quello modo che Dio v’ammaestrerà, a Lucca e a Pisa, [20] sovvenendoli in ciò che si può e invitandoli a star fermi e perseveranti. Sono stata a Pisa e a Lucca, infino a qui, invitandoli quanto posso che lega non faccino con membri putridi, che son ribelli a voi: ma essi stanno in grande pensiero, perocché da voi non hanno conforto, e dalla contraria parte sempre so’ [21] stimolati e minacciati che la faccino. Ma per infino a qui, al tutto non hanno acconsentito. Pregovi che ne scriviate anco strettamente a messer Piero: [22] e fatelo sollecitamente, e non indugiate. Non dico più.

Qui ho inteso che avete fatto i Cardinali.[23] Credo che sarebbe onore di Dio, e meglio di noi, che attendeste sempre di fare uomini virtuosi. Se si farà il contrario, sarà grande vituperio di Dio, e guastamento della santa Chiesa. Non ci maravigliamo poi, se Dio ci manda le discipline e i flagelli suoi; perocché giusta cosa è. Pregovi che facciate virilmente ciò che avete a fare, e con timore di Dio.

Ho inteso che ’l Maestro dell’Ordine nostro [24] voi ’l dovete promuovere ad altro benefizio. Onde io vi prego per l’amore di Cristo crocifisso, che, s’egli [p. 156 modifica]è così, che voi procuriate di darci uno buono e virtuoso vicario;[25] perocché l’Ordine ne ha bisogno, però che egli è troppo insalvatichito.[26] Potretene ragionare con messer Niccola da Osimo, [27] e coll’arcivescovo di Tronto:[28] e io ne scriverò a loro.

Permanete nella dolce e santa dilezione di Dio. Dimandovi umilmente la vostra benedizione. Perdonate alla mia presunzione, che presumo di scrivere a voi. Gesù dolce, Gesù amore.[29]

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