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Chapter 87 of 202

LXXXIII

LXXXIII. — A Conte di Conte da Firenze, [1] Spirituale.

Fede è amore, amore è Fede. La Fede s’illumina nel dolore, il qual prova l’anima, accresce, l’intendimento moltiplica i meriti. Legge consolante del progresso morale e sociale: che dopo il fallo può crescere il merito, crescere coli’ umiltà l’amore verso Dio e verso gli uomini. Fiducia in sè spegne fede. Ogni colpa è infedeltà, e viene da presunzione. Lettera di conforto a chi era forse caduto.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Carissimo figliuolo in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a te nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedere in te il lume della santissima fede, il quale lume ci mostra la via della verità; e senz’esso neuno nostro esercizio, desiderio, operazione [2] verrebbe a frutto, nè a perfezione, nè a quel fine per lo quale avessimo cominciato; ma ogni cosa verrebbe imperfetta, e, lenti saremmo nella carità di Dio e del prossimo. La cagione è questa: che pare [3] che tanto sia la fede quanto l’amore, e tanto l’amore quanto la fede. Chi ama, sempre è fedele a colui cui egli ama, e fedelmente il serve infino alla morte. O carissimo figliuolo, questo è quel lume che conduce l’anima a porto di salute, tràla dal [p. 60 modifica]loto[4] della miseria, e dissolve in lei ogni tenebra di proprio amore: perocché in esso cognosce quanto è spiacevole a Dio e nocivo alla sua salute; e però si leva con odio e caccialo fuore di se. Con fede viva cognobbe che ogni colpa è punita, e ogni bene è remunerato; e però abbraccia la virtù, e spregia il vizio. Con grande sollecitudine diventa costante e perseverante in fino alla morte; in tanto che né dimonio né creatura né la fragile carne il fanno voliere il capo addietro, quando questo lume perfettamente è nell’anima. Alla quale perfezione si viene con molto esercizio, con ansietato desiderio, e con profonda umiltà. La quale umiltà l’anima acquista nella casa del cognoscimento di sé, col mezzo della continua, umile, e fedele orazione, con molte battaglie dal dimonio, e molestie dalle creature, e da se medesimo, cioè dalla perversa volontà, e dalla fragile carne che sempre impugna centra lo spirito. A tutte resiste col lume della santissima fede; col quale lume, nella dottrina del Verbo, s’innamorò del sostenere pene e fadighe per qualunque modo Dio gliele permettesse; non eleggendo tempo né luogo nè fadighe a modo suo, ma secondo che vuole la Verità Eterna, che non cerca né vuole altro che la nostra santificazione.

Ma perché ci permette queste fadighe e tante ribellioni? Perché si provi in noi la virtù; e acciò che col lume cognosciamo la nostra imperfezione, e l’adiutorio che l’anima riceve da Dio nella battaglia e fadighe; e acciò che cognosciamo il fuoco della sua carità nella buona volontà che egli ha riservata nell’anima nel tempo della tenebra e delle molestie e delle molte fadighe. [p. 61 modifica]

Per questo cognoscimento che ha nel tempo delle fadighe, leva da se la imperfezioue della Fede, e viene a perfettissima Fede, per la molta esperienza che n’ha avuta e provata, [5] essendo ancora nel camino della imperfezione. Questo lume tolle via in tutto la confusione della mente; non tanto che [6] nel tempo delle battaglie, ma eziandio se l’uomo attualmente fosse caduto in colpa del peccato mortale, di qualunque peccato si sia, la fede il rileva. Perchè col lume ragguarda nella clemenzia, fuoco ed abisso della carità di Dio, distendendo le braccia della speranza, e con esse riceve e stringe il frutto del sangue, nel quale ha trovato questo dolce e amoroso fuoco; con una contrizione perfetta, umiliandosi a Dio, e al prossimo per lui, [7] e reputasi il minimo, il pili vile di tutti gli altri. E così spegne la colpa dentro nell’anima sua per contrizione e speranza del sangue; il qual sangue fa introdotto [8] dal lume della fede. Per questo modo viene a tanta perfezione e a tanto amore del divino e amoroso fuoco, che egli può dire insieme col dolce Gregorio: o felice e avventurata colpa, [9] che meritasti avere così fatto Redentore! Fu felice la colpa di Adam? No, ma il frutto che per essa ricevemmo, fu felice, [p. 62 modifica]vestendo[10] Dio il suo Figliuolo della nostra Umanità, e ponondogli la grande obbedienzia, che restituisce a grazia l’umana generazione; ed egli come innamorato, corse a pagare il prezzo del sangue suo. Così dico dell’anima. La colpa sua non è felice, ma il frutto che riceve nell’affetto della carità, per la grande e perfetta emendazione che ha fatta col lume della fede, come detto è, e perchè cresce in cognoscimento e umiltà. Ella se ne va tutta gioiosa all’obbedienzia de’ comandamenti di Dio ricevendo con odio e amore questo giogo sopra le spalle sue; e subito corre, come innamorata, a dare la vita, se bisogna, per salute dell’anime. Perchè col lume ha veduto che l’amore e le grazie, che ha trovato in Dio, a lui non può rendere. Puogli bene rendere amore, ma debito [11] di utilità, no, per grazia che egli riceva da Dio; però che egli non ha bisogno di noi: ma ben può rendere al prossimo, facendo utilità a lui, poiché a Dio non la può fare. E veramente egli è così; che servendo al prossimo caritativamente, noi dimostriamo in lui l’amore che abbiamo alla somma Eterna verità. In questa carità si pruova se le virtù in verità sono nell’anima, o no. Sicché l’anima corre, come obediente, e ha legata la sua volontà a compire la volontà di Dio nel prossimo suo; non lassando per pena né per veruna cosa,[12] in fino alla morte.

Con questo lume gusta l’arra di vita eterna, nutricandosi per affetto d’amore al petto di Cristo [p. 63 modifica]crocifisso, dilettandosi di furare [13] le virtù, e la vita e maturità, che ebbero i veri gustatori cittadini della vita beata, mentre che furono peregrini e viandanti in questa vita. Con questa fede si porta la chiave del sangue, con la quale si disserra vita eterna. La fede non presume di sè, ma del suo Creatore; perchè non v’è il vento della superbia con la propria reputazione; [14] la quale reputazione, e superbia, immondizia, e ogni altro difetto e miseria sono i frutti della infedelità che aviamo verso di Dio, e della presunzione di fidarci in noi medesimi. Il quale è uno vermine che sta nascosto sotto la radice dell’arbore dell’anima nostra; e se l’uomo noll’uccide col coltello dell’odio, rode tanto, che o egli fa torcere l’arbore, o egli il manda a terra, se con grande diligeuzia e umiltà l’anima non si procura. [15] Spesse volte sarà l’uomo sì ignorante per l’amore proprio di sè, che egli non s’avvedrà che questo vermine vi sia nascosto. E però Dio permette le molte battaglie e persecuzioni, e che l’arbore si torca, e alcuna volta che caggia. Non permette la mala volontà, ma permettegli il tempo,[16] e lassalo guidare al libero arbitrio suo, solo perchè egli ritorni a sè medesimo; e con questo lume, umiliato, cerchi [p. 64 modifica]questo vermine, e metta mano al coltello dell’odio, ed uccidalo. E non ha materia quell’anima di rallegrarsi, e ricognoscere la grazia che Dio gli ha fatta d’avere veduto e trovato in sè quello che non cognosceva? Sì bene. Sicchè per ogni modo, carissimo figliuolo, in ogni stato che l’uomo è, o giusto o peccatore, o che sia caduto e poi si rilevi, gli è necessario questo lume.

Quanti sono gl’inconvenienti che ne vengono per non averlo! Non mi pongo a narrarlo, nè a dirne più; che troppo sarebbe lungo. Basti per ora quello che ne ho detto. Quanto gli è utile e dilettevole a darvelo, [17] non tel so esprimere con lingua nè con inchiostro; ma Dio tel faccia provare per sua infinita misericordia. Così voglio che sia. E però dissi che io desideravo di vedere in te il lume della santissima fede.

Sómmi molto meravigliata delle lettere che hai mandate a Barduccio [18] Per neuna cagione voglio che ti parti dalla Congregazione [19] de’ tuoi fratelli (guarda già,[20] che tu non andassi al luogo perfetto della religione); nè che tu venga mai a confusione di mente; ma tutto umiliato ti facci suddito al più minimo che ve n’è. [21] Nè, per questo, lassare che tu non porga a loro quella verità che Dio ti facesse cognoscere.[22] Or cominciamo testè di nuovo a pigliare i rimedi [23] sopradetti, acciò che il dimonio [p. 65 modifica]della tristizia e confusione non assalisca l’anima nostra: che peggio sarebbe l’ultima, che le prime; [24] e sarebbe grande offesa di Dio. Permani nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.

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