Chapter 13 of 202
IX
IX. — A una donna che non si nomina.
Il dolore è mistero da accogliere con riverenza. Vedesi al lume della fede in quel Dio che sa e vuole e può il meglio. L’impazienza sperde il frutto delle fatiche, e viene da tenerezza di noi. Conduole della sventura, e congratula.
Al nome di Gesù Cristo Crocifisso e di Maria dolce.
Carissima suore in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi alluminata della verità di Dio, perocché in altro modo non potresti partecipare la vita della Grazia in questo mondo; saresti in continua amaritudine; e nell’ultimo riceveresti l’eterna dannazione. Perchè, essendo privata del lume, vi scandalizzeresti in tutti e’ suoi misteri, giudicando quello che vi dà per amore, in odio, e quello che vi dasse per vita, in morte. E che verità dobbiamo cognoscere, carissima suoro? Dobbiamo vedere che Dio [p. 39 modifica]sommamente ci ama, e per amore si mosse a crearci alla sua immagine e similitudine, per darci a godere l'eterna sua visione. Chi ci manifesta questa verità, e questo amore? Il sangue dell’umile e immacolato Agnello. Che essendo noi privati, per lo peccato di Adamo, della visione di Dio e sbanditi di vita eterna, fu mandato questo dolce e amoroso Verbo dal Padre a sostenere morte per darci la vita, e a lavare le colpe nostre col suo prezioso sangue; ed egli come innamorato corse alla obbrobriosa morte della croce per compire l’obbedienza del Padre e la salute nostra. Non ci è nascosta questa verità; il saligne ce la manifesta. Che se Dio non ci avesse creati per lo fine che detto è, e non ci amasse inestimabilmente; già non ci avrebbe dato siffatto ricompratore.
L’anima dunque, alluminata di questa verità, subito riceve nell’occhio dell’intelletto suo il lume della santissima fede, tenendo di certo che ciò che Dio dà e permette in questa vita alla sua creatura, il dà per amore, e perchè s’adempia questa verità in noi. Onde subito è fatta paziente, che di neuna cosa si turba; ma rimane contenta di ciò che gli è permesso dalla divina bontà, portando con vera[1] e santa pazienzia, infirmità, privazione di ricchezze, di stato, di parenti e di amici. E non tanto che con pazienzia le porti, ma ella l’ha in debita riverenzia, come cosa mandata a lei dal suo Creatore dolce, per amore e per sua santificazione. E chi è quello matto e stolto, che del suo bene si possa turbare? solo chi è privato del lume, perchè non cognosce la verità, né il suo bene. [p. 40 modifica]Voglio adunque, carissima suoro, che apriate l’occhio dell’intelletto vostro, svellendo e disbarbicandone[2] ogni radice d’amore proprio e tenerezza di voi; acciò che possiate cognoscere questa verità, e che vediate, che Dio è sommo medico, e fa e può e vuole darci le nostre necessità,[3] e la medicina che ci bisogna alla nostra infirmità; sì che con una dolce, santa e reale pazienzia portiate la medicina che egli ci ha data per singolare amore che egli vi porta. A questo v’invito, dolcissima suoro, acciò che per impazienzia non perdiate il frutto delle vostre fadighe, ma in questa vita siate in perfetta pace e tranquillità, accordata con la dolce volontà di Dio; e di neuna cosa vi turbiate, se non solo dell’offese che sono fatte a lui e del danno dell’anime. Facendo così dimostrerete d’essere alluminata della verità, e nell’ultimo riceverete infinito frutto delle vostre fadighe.
Fuvvi avuto compassione del caso avvenuto; ma se vi vedrò accordata colla volontà di Dio, e trarne quello che dovete, me ne goderò con voi insieme. Altro non vi dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.
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