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Chapter 92 of 202

LXXXVIII

LXXXVIII. — Ad Angelo da Ricasoli Vescovo di Fiorenza.[1]

Si desti dal sonno: sia pastore vero, con larghezza e libertà di cuore, senza freddezza e timore servile. Carità nutrita da umiltà, discaccia il timore il cui fornite è l’amore proprio. Imiti gli esempi de’ pastori santi. Deplora i venali, boriosi, viziati. Chiede un’elemosina per un monastero.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

A voi reverendissimo e carissimo padre in Cristo Gesù. Io Catarina serva e schiava di Dio e vostra, e di tutti li servi di Dio, scrivo, e confortovi nel prezioso sangue sparto con tanto ardentissimo amore per noi. E benchè presunzione sia, voi mi perdonerete, e porretelo all’amore e al desiderio che io misera miserabile ho della salute vostra e [p. 95 modifica]d’ogni creatura; ma singolarmente di voi che sete padre di molte pecorelle. E però vi prego dolcissimamente che vi destiate, e leviate dal sonno della negligenzia, imparando dal dolce Maestro della carità, che ha posto la vita come pastore per le pecorelle, che volontariamente[2] udiranno la voce sua, cioè coloro che saranno osservatori de’ comandamenti suoi. E se ci[3] cadesse cogitazione nel cuore: «Io non posso seguitare questa perfezione, perocchè mi sento debole e fragile ed imperfetto;[4] e per la illusione del dimonio, e per la fragilità della carne, e per le lusinghe e inganni del mondo sono indebolito;» e veramente, reverendo padre, è così, perocchè colui che seguita questo, diventa debole, e sì pauroso e timoroso di timore servile,[5] che, come fanciullo, teme dell’ombra sua, e più l’ombra della creatura, che l’ombra sua: ed intanto abonda in lui questo timore, che non si cura, per non dispiacere alle creature, e per non perdere lo stato suo, che il suo Creatore sia offeso, e d’offenderlo.[6] Ma [p. 96 modifica]se egli è prudente[7] e savio fugge alla madre, e nel suo grembo diventa sicuro e perde ogni timore. Onde la inestimabile Bontà ha posto rimedio contra ogni nostra debolezza con la sua ineffabile carità. Perocchè ella è quella dolcissima madre, che ha per nutrice la profonda umiltà, e nutrica tutti i figliuoli delle[8] virtù; e neuna virtù può avere vita se non è conceputa e parturita da questa madre della carità. Così dice quello innamorato di Paolo, raccontando[9] molte virtù: che nulla gli vale senza la carità.

Adunque seguitate quelli veri pastori che seguitare Cristo Crocifisso: perocchè furono uomini come voi; e potente è Dio, come allora, perocchè egli è incommutabile. Ma se essi tenevano le vestigie sue; e cognoscendo la debilezza loro, fuggivano umili, abbattuta la superbia dell’onore e amore proprio di sè; e fuggivavo alla madre della vera carità, e ivi perdevano ogni timore servile. E non temevano di correggere li sudditi loro, perchè tenevano a mente la parola di Cristo; cioè: «Non temete colui che può uccidere il corpo, ma me». E non me ne meraviglio: perocchè l’occhio loro e [p. 97 modifica]il gusto non si pasceva[10] di terra, ma dell’onore di Dio e della salute delle creature: volendo servire, e ministrare le grazie spirituali e temporali. E come di grazia avevano ricevuto, di grazia davano; non vendendo per pecunia ne per simonia. Ma facevano come buoni ortolani e lavoratori posti nel giardino della santa Chiesa. E non attendevano ne a giuochi ne a grossi cavalli nè alla molta ricchezza, nè a spender quello della Chiesa nel disordinato vivere, nè quello che dee essere de’ poveri.[11] Ma stavano come fortificati da questa madre, al vento e all’acque delle molte battaglie; a divellere li vizii, e piantare le virtù: perdevano sè, e ragguardavano il frutto che portavano a Dio. Ed erano privati dell’amore proprio: onde amavano Dio per Dio, e perchè è somma bontà e degno d’amore; e sè amavano per Dio, donando l’onore a Dio e la fadiga al prossimo; e il prossimo per Dio, non ragguardando ad utilità che da lui potessero ricevere, ma solo che egli possa avere e gustare[12] Dio.

Oimè, oimè, oimè, disavventurata l’anima mia! Non fanno oggi così. Ma perchè amano d’amore mercennaio, amano loro per loro, e Dio per loro, e il prossimo per loro. E tanto abonda questo perverso amore, il quale più tosto si debbo chiamare odio mortale, perchè ne nasce la morte! Oimè, piangendo il dico, che non si curano delle immondizie, nè di mercantare[13] e vendere la grazia dello Spi[p. 98 modifica]rito Santo. Vengono li ladri, che furano l’onore di Dio, e dannolo a loro.[14] Oimè, e non lo[15] impiccano per correggimento. Vede il lupo infernale portarne la pecora, e chiude gli occhi per non vederla. E questa è la cagione perchè non vede e non corregge; cioè per amore proprio di sè; onde nasce il disordinato timore: perchè egli si sente in quelli medesimi vizi, li quali gli legano la lingua e le mani; e noi lassa correggere nè castigare il vizio.

Non vorrei dunque, carissimo e reverendissimo e dolcissimo padre in Cristo Gesù, che questo addivenisse a voi ma prego vi che siate pastore vero, a ponere la vita per loro. E però dissi, che io pregavo e desideravo con grande desiderio che vi levaste dal sonno della negligenzia: perocchè chi dorme, non vede e non sente. E egli è bisogno di molto vedere, molto sentire; perocchè avete a rendere ragione di loro, e sete in mezzo de’ nemici, cioè del corpo, del dimonio, e delle delizie del mondo. La necessità della vostra salute m’[16] invita a destarvi, e con lume seguitare la vita e li santi modi de’ veri pastori. Accostatevi adunque a questa dolce madre della carità, la quale vi torrà ogni timore servile e ogni freddezza di cuore, e daravvi fortezza e larghezza e libertà di cuore. Perocchè Dio è carità: e chi sta in carità, sta in Dio e Dio in lui. Adunque, padre, poichè abbiamo veduto che la carità fortifica e tolleci la [p. 99 modifica]debilezza, e li nemici sono molti e ci assediano; non è da indugiarsi a intrare in questa fortezza, seguitando la via della verità, e degli altri pastori. Non aspettate il dì di domane; ma pregovi per l’amore di Cristo crocifisso, che vi rechiate innanzi la brevità del tempo, perocchè non sapete se averete il dì di domane. Ricurdovi, che voi dovete morire, e non sapete quando. Non dico più, padre, se non che perdoniate a me misera miserabile.

E poichè sete padre de’[17]poveri, e perchè mi pregaste e facestemi promettere che la prima limosina che fosse da fare, che mi venisse alle mani, io vi richiedessi; e però ardisco e richieggo voi, come padre de’ poveri, e per adempire la promessa che io vi feci. Onde sappiate che io ho per le mani da fare una grandissima limosina, cioè al monastero di santa Agnesa,[18] del quale altra volta vi scrissi; e sono buone donne, e santissima familia; ed è in grande bisogno. Ma tra gli altri[19] è questo, che essendo il monastero di fuore, si è ordinato che torni dentro per cagione delle brighe[20] e delle guerre: ma volsi per loro comincio cinquanta fiorini d’oro, per la parte del monastero; e li altri mette il Comune. E però io vi scrivo la necessità loro. Prego vi ed istringovi, che isforziate[21] il potere. Dio sia nell’anima vostra. Permanete nella santa carità di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.

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LXXXVIII · Letters — Catherine of Siena · The Conscious Library