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Chapter 75 of 202

LXXI

LXXI. — A Monna Bartolomea d’Andrea Mei [1] da Siema.

Non solo l'amore dello cose sensibili, ma la smania delle consolazioni spirituali, e il volere i dolori e la virtù a modo proprio, è servitù. Il bene si fa mantello al male, il voler troppo sapere delle cose interiori è ignoranza; i frutti della perfezione capricciosa sono un’imperfezione. Chi Tuoi faro da troppo maturo, rinfanciullisco. In certe angustie non volute è maggiore guadagno di libertà. Ma il desiderio del dolore può darò i meriti dell’attualo patimento. Fra molte idee elementari, opportune forse alla persona cui scrive, altre sono alte o pellegrine.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Carissima madre e figliuola in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi fondata in vera e reale virtù: perocché senza il mezzo della virtù non potremo piacere al nostro Creatore. Però che Dio sempre ha voluta dare la vita della grazia col mezzo. Sapete bene che essendo caduto il primo uomo Adam per la dissobbedienzia nella colpa, colla quale colpa seguitò la morte eternale; e volendone restituire a grazia, e dargli[2] vita eterna; egli il fece col mezzo dell’unigenito suo Figliuolo, imponendogli, che con la obedienzia uccidesse la disobedienzia nostra, e col mezzo della morte sua ci rendesse la vita, e consumasse e distruggesse la nostra morte. [3] E veramente così fu: che facendo egli uno torniello in sul legno della croce, questo dolce e innamorato Verbo, egli giocòne [4] alle braccia con la morte, e con la [p. 324 modifica]morte vinse la morte, e la morte uccise la vita: cioè che la morte della colpa nostra uccise il Figliuolo di Dio in sul legno della santissima croce: sicché con la morte sua ci tolse la morte, e rendette perfetta vita. Dunque la Vita è rimasta donna, ha sconfitto il demonio infernale, che teneva e possedeva la signoria dell'uomo, del quale non debbe essere signore altri che solo Dio, Signore eterno. Da questo veniamo noi alla prima morte, e perdiamo la vita, quale abbiamo col mezzo del sangue di Cristo; cioè, quando l’anima piglia a servire la propria sensualità con disordinati desiderii o di stato o ricchezza di figliuoli d’altra creatura, o in qualunque modo si sia, che non sia ordinato e fondato in Dio.

Eziandio alcuna volta l’anima spiritualmente diventerà serva e schiava della propria volontà sotto colore di spirito, e per più avere Dio; cioè quando noi desideriamo consolazione o tribolazione, o tentazione del dimonio, o tempo o luogo a nostro modo; dicendo alcuna volta: «in altro modo vorrei avere la tribolazione, però che in questo mi pare perdere Dio. Questa porterei io pazientemente; ma quella non posso. Se io non offenoessi Dio, io la vorrei: ma perchè me ne pare offendere Dio, però me ne doglio». Carissima madre, se aprite l’occhio dell’intelletto, vederete che questa è la propria volontà sensitiva, ammantellata col mantello spirituale: però che se fusse savio, non sarebbe così; ma con fede viva crederebbe che Dio non gli permette più ch’el possa portare, né senza la necessità [5]della salute sua; perchè egli è lo Dio nostro che non vuole altro [p. 325 modifica]che la nostra santificazione.

E così facciamo spesse volte delle proprie consolazioni della mente. Perocché non sentendole quando vuole [6] nè in quelli luoghi che desidera, ma piuttosto sente battaglie e molestie, e la mente sterile e asciutta; ne viene in pena [7] in amaritudine e in afflizione e in tedio grandissimo. E spesse volte per inganni del demonio gli fa vedere [8] che quello che ella dice allora e sa, non sia, piacevole e accetto [9] a Dio, quasi gli dica: «poiché non gli piace, perchè tu sei così cattiva, lassa stare ora; e un’altra volta forse ti sentirai meglio, e potrai fare la tua orazione». Questo fa il demonio, perchè noi perdiamo lo esercizio corporale e mentale della santa orazione attuale, vocale e mentale. Perocché, avendo noi perduta l’arme con che il servo di Dio si difende da’ colpi del demonio, della carne e del mondo; arebbe da noi ciò che volesse: e arrenderebbe ^ allora la città dell’anima a lui, ed entrerebbevi come signore. E non potria essere [10]altrimenti, avendo perduta l’arme e la forza dell’orazione; la quale orazione ci dà l’arme della vera umiltà e dell’ardentissima carità. Perocché l'orazione santa ci fa cognoscere perfettamente noi medesimi e la propria fragilità, e l’infinita carità e bontà di Dio. E meglio si cognosce l’uno e l’altro nel tempo delle battaglie della niente asciutta; e tranne più perfetta [p. 326 modifica]umiltà e sollecitudine. Onde se ella è prudente, che non serva alla propria volontà sotto colore di consolazione e non creda a demonio, ma virilmente e con odio santo di sé perseveri nell’orazione, in qualunque modo Dio le lo dà, o con sentimento della dolcezza o con sentimento dell’amaritudine; ella guadagna più per lo modo detto nell’amaritudine e nelle pene (per qualunque modo Dio il concede), che nella dolcezza. Perocché nel bisogno ne va con tutta umiltà, e con vera sollicitudine corre al suo benefattore, cognosceudo che per sé non può alcuna cosa; ma solo Dio è quello in cui si spera, [11] che può e vuole venirla ad aitare.

Dunque per farci venire a vera virtù (perocché senza questo mezzo non verremmo alla virtù provata, ma potrebbe bene essere conceputa per desiderio) [12] si conviene sostenere con vera e reale pazienzia le tribolazioni della mente, cioè quelle che ci dissero le creature per infamie o per altri scandali[13] che ci fussero date. E così veniamo a virtù; perocché questi sono quelli mezzi che ci fanno parturire la virtù, perchè è provata nelle fadighe, siccome r oro si pruova nel fuoco. Perchè, se nelle fadighe non avesse fatto vera pruova di pazienzia, anco la schivasse per lo modo detto di sopra o per [p. 327 modifica]alcuna altra cosa che avvenisse, sarebbe manifesto segno che non servirebbe al suo Creatore, e non si lasserebbe signoreggiare a lui, ricevendo umilmente e con amore quello che ’l suo Signore gli dà; e non mostrerebbe segno di fede, cioè che credesse d’essere amato dal Signore. Perocché se egli il credesse in verità, di neuna cosa si potrebbe mai scandalizzare; ma tanto gli peserebbe e arebbe in riverenzia la mano dell’avversità, quanto quella della prosperità e consolazione; perchè ogni cosa vederebbe fatta con amore. Ma però noi vede, perchè dimostra ch’el sia fatto servo della propria sensualità e volontà spirituale, da qualunque lato venga, [14] come è detto di sopra, e hassela fatta suo signore; e però si lassa signoreggiare a loro. [15] Convienci adunque, perchè questa servitù ci dà morte (cioè la servitù del mondo e la servitù della propria volontà spirituale detta), fuggirla; perocché e’ impedisce la perfezione, di non essere servi liberi a Dio, ma facci volergli più tosto servire a nostro modo che a suo; la qual cosa è sconvenevole, e fa il servizio mercenaio. Dico adunque (poiché tanto male ne seguita, e Dio vuole fare ogni cosa col mezzo)[16] che noi seguitiamo questa via e dottrina sua che ci ha data.

Noi vediamo bene che per noi medesimi non [p. 328 modifica]fummo creati, ma egli medesimo ci fece, mezzo [17] la sua carità; però che per puro suo amore ci creò alla similitudine e imagine sua, perchè noi partepipassimo e godessimo della eterna sua visione. Ma noi la perdemmo per la colpa e per lo amore proprio del primo nostro padre. Onde per rendere all’uomo quello che lui aveva perduto, ci donò il mezzo del suo Figliuolo, il quale fece come tramezzatore a pacificare l’uomo con Dio, e esso tramezzatore ricevette le percosse. Perocché in altro modo questa pace non si poteva fare: sì grande era stata la guerra. Però che era offeso Dio infinito; e l’uomo finito che aveva fatta l’offesa, per niuna sua pena che avesse sostenuto, non poteva satisfare all’infinito e dolce Dio. E però il fuoco dell’abisso della sua carità trovò il modo per fare questa pace; e perchè alla giustizia fosse satisfatto, udì se medesimo, cioè la deità eterna, natura divina, con la nostra natura umana; ed unito Dio infinito con la natura dell’uomo finita, fu sufficiente [18] Cristo Uomo, sostenendo le pene in sul legno della santissima croce, a satisfare al Padre suo e placare l’ira che veniva sopra dell’uomo. E gettando uno colpo questo dolce Verbo in sul legno della croce, cioè facendo insieme misericordia all’uomo, ha in questo modo contentata la misericordia e ha donata la grazia a noi che l’avevamo perduta, ed è contentata la giustizia che voleva che della colpa si facesse vendetta; ed egli l’ha fatta sopra il corpo suo in [p. 329 modifica]quella medesima natura che l’aveva offeso: però che la carne di Cristo fu della massa di Adam.[19]

Ma, noi ingrati e sconoscenti, perdiamo spesse volte por li peccati nostri la Grazia, ed entriamo in guerra con Dio[20] e alcuna volta è guerra mortale, e alcuna volta sdegno d’amico. La guerra mortale è quando l’anima giaco nella morte del peccato mortale, facendosi Dio del mondo, della carne e delli miserabili diletti. Onde questi hanno perduto la via in tutto. È ben vero che con la confessione e con il mezzo del sangue di Cristo la può ricuperare, mentre che vive. Sicché dunque vedete che senza il mezzo non può vivere in grazia, né giugnere alla vita durabile. Sdegno di amico è in quelli ed in quelle che servono a Dio privati del peccato mortale, e sono in grazia e vogliono essere veri servi di Dio; ma spesse volte per ignoranzia (la quale procede dalla propria volontà spirituale), la quale si ha fatta [21] signore, che lo dilunga dalla verità, non che esca della verità, che caggia in peccato mortale, ma offende la perfezione alla quale in verità vorria venire, volendo eleggere il tempo e luogo, la consolazione e tribulazione e tentazione a suo modo. Allora Iddio piglia sdegno coli’ anima che gii è amica, perchè non gli pare che vada, né va, con quella libertà schietta che debbe andare.

Onde uno mezzo ci ha posto, e richiede che noi lo usiamo se vogliamo che sia levato lo sdegno e lo [p. 330 modifica]spiacere, e non ci sia impedito il nostro andare alla perfezione dolce: cioè che noi anneghiamo la propria volontà, sicché non cerchi ne voglia altro che Cristo crocifisso, e tutto il suo diletto sia di riposarsi negli obbrobri di Cristo, parturendo le virtù, concepute per santo desiderio, nella carità del prossimo, con vera umiltà.

Onde dunque col mezzo di sostenere pene e fadighe secondo che Dio concede, e sterilità di mente, con vera e santa pazienza, saremo, fondati in vera e reale virtù; e averemo forza e cognoscimento di grandi e non di fanciullo, che non vuole andare né fare altro che a suo modo. Per altra via non veggo che possiamo passare. E però vi dissi che io desideravo di vedervi fondata in vera e reale virtù; e volendo che l’anima vostra sia unita in Dio per affetto di amore, dissi che non si poteva fare senza il mezzo della virtù, però che ogni cosa si vuole fare col mezzo come detto è. Son certa che per la infinita bontà di Dio adempirete la volontà sua e il desiderio mio. Altro non dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.

FINE DEL VOLUME PRIMO.

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