Chapter 20 of 202
XVI
XIV. — Ad un gran Prelato.
Colloquio tra Gesù e Caterina, del desiderio amoroso ch’egli ebbe del bene nostro, onde gli fu dolce il patirò. Amino i prelati le anime, e non il bene proprio; patiscano, o non tacciano i vizi de’ colleghi loro.
Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.
Reverendo e carissimo padre in Cristo Gesù, io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo crocifisso, scrivo a voi nel prezioso sangue suo: con desiderio di vedervi affamato del cibo della creatura[1] per onore di Dio; imparando dalla prima dolce verità, che per fame e sete che egli ha della nostra salute, muore. Non pare che questo Agnello immacolato si possa saziare; grida in croce satollato[2] da obbrobri, e dice che ha sete. Foniamochè corporalmente esso avesse sete, ma maggiore era la sete del santo desiderio che egli aveva della salute dell’anime. inestimabile dolcissima Carità, e’ non pare che tu dia tanto, dandoti a tanti tormenti, che non rimanga maggiore il desiderio che egli aveva della salute dell’anime di più voler dare tutto.[3] N’è cagion l’amore. Non me ne maraviglio: che l’amore tuo era infinito, e la pena era finita. E però gli era maggiore la croce del desiderio, che la croce del corpo.
Questo mi ricordo che il dolce e buono Gesù manifestava una volta ad una serva sua. Vedendo [p. 64 modifica]ella in lui la croce del desiderio e la croce del corpo, ella dimandava: «Signore mio dolce, quale ti fu maggiore pena, o la pena del corpo, o la pena del desiderio?» Egli rispondeva dolce e benignamente, e diceva: «figliuola mia, non dubitare: che io ti fo sicura di questo; che veruna comparazione si può fare dalla cosa finita alla cosa infinita. Così ti pensa che la pena del corpo mi fu finita; ma il santo desiderio non finisce mai. Però io portai la croce del santo desiderio. E non ti ricorda, figliuola mia, che una volta, quando ti manifestai la mia natività, tu mi vedevi fanciullo parvolo, nato con la croce al collo? Perch’io ti fo sapere, che come io, Parola incarnata, fui seminata[4] nel ventre di Maria, mi si cominciò la croce del desiderio ch’io avevo di fare l’obbedienzia del Padre mio, e d’adempire la sua volontà nell’uomo; cioè che l’uomo fusse restituito a Grazia, e ricevesse il fine pel quale egli fu creato. Questa croce m’era maggiore pena che veruna altra pena ch’io portassi mai corporalmente. E però lo spirito mio esultò con grandissima letizia, quando mi vidi condotto all’ultimo; e specialmente nella cena del Giovedì santo. E però dissi: con desiderio ho desiderato di fare questa pasqua; [5] cioè di fare sacrificio del corpo mio al Padre. Grandissima letizia e consolazione avevo, perchè vedevo apparecchiare [6] il tempo disposto a termi questa croce del desiderio; cioè che quanto più mi vidi giugnere a’ flagelli e a’ tormenti [p. img modifica].mw-parser-output p.freedImg,.mw-parser-output div.freedImg2>p.freedImg2,.mw-parser-output #mySpan1,.mw-parser-output #mySpan2,.mw-parser-output.mySpan1,.mw-parser-output.mySpan2{text-indent:0}.mw-parser-output #mySpan2 a,.mw-parser-output.myspan2 a{width:inherit}.mw-parser-output.freedImg,.mw-parser-output.newFreedImg{width:inherit;height:auto}.mw-parser-output.newFreedImg img{object-fit:contain;width:100%;height:100%}.mw-parser-output.imgCaption{font-size:94%;line-height:1.0;margin:.375em 0 0 0;padding:.25em 1px.75px}.mw-parser-output.imgCaption p{text-indent:0!important;margin:0}S. Domenico e Fontebranda (sec. XV) [p. 65 modifica]corporali, tanto mi scemava più la pena. Chè con la pena corporale si cacciava la pena del desiderio; perocché vedevo adempito quello che io desideravo». Ella rispondeva e diceva: «Signor mio dolce, tu dici che questa pena della croce del desiderio ti si partì [7] in croce. In che modo fu? Or perdesti tu il desiderio di me?» Ed egli diceva:«Figliuola mia dolce, no. Che, morendo io in su la croce, terminò la pena del santo desiderio ad un’ora con la vita; ma non terminò il desiderio e la fame che io ho della salute vostra. Che se V amore ineffabile che io ebbi e ho all’umana generazione fusse terminato e finito, voi non sareste. Perocché, come l’amore vi trasse dal seno del Padre mio, creandovi con la sapienzia sua; così esso amore vi conserva: che voi non sete fatti d’altro che d’amore. Se ritraesse a sé l’amore con quella potenzia e sapienzia con la quale egli vi creò, voi non sareste. Io, unigenito Figliuolo di Dio, sono fatto uno condotto che vi porge l’acqua della Grazia. Io vi manifesto l’affetto del Padre mio: perocché quello affetto che egli ha, e io ho; e quello che ho io, egli ha: perchè sono una cosa col Padre, e il Padre è una cosa con meco; e per mezzo di me ha manifestato sé. E però dissi io: ciò che io ho avuto dal Padre, io ho manifestato a voi. D’ogni cosa n’é cagione l’Amore».
Adunque ben vedete, reverendo padre, che il dolce e buono Gesù amore, egli [8] muore di sete e di fame della salute nostra. Io vi prego per l’amore di Cristo crocifisso che voi vi poniate per obietto [p. 66 modifica]la fame di questo Agnello. Questo desidera l’anima mia, di vedervi morire per santo e vero desiderio, cioè che per l’affetto e amore che voi arete all’onore di Dio, salute dell’anime ed esaltazione di santa Chiesa, ho volontà di vedervi tanto crescere questa fame, che sotto questa fame rimaneste morto. Che, come il Figliuolo di Dio (come detto abbiamo) di fame morì; così voi rimagnate[9] morto a ogni amore proprio di voi medesimo; e a ogni passione sensitiva rimanga morta la volontà e l’appetito; a[10] stati e delizie del mondo, al piacere del secolo e di tutte le pompe sue. Non dubito che se l’occhio del cognoscimento si volge a ragguardare voi medesimo, cognoscendo voi non essere, troverete l’essere vostro dato a voi con tanto fuoco d’amore. Dico che il cuore e l’affetto vostro non potrà tenersi che non si spasmi per amore: non ci potrà vivere amore proprio; non cercherà se per sé per propria sua utilità, ma cercherà sé [11] per onore di Dio, né ’l prossimo per sé, per utilità propria, ma amerallo e desidererà la salute sua per loda e gloria del nome di Dio. Perchè vede che Dio sommamente ama la creatura; e questa è la cagione che subito li servi di Dio amano tanto la creatura,[12] perocché veggono che sommamente l’ama il Creatore; e la condizione dell’amore è d’amare quello che ama colui che io amo. Dico [13] che non amano Dio per sé, ma amano in quanto è somma ed eterna Bontà degno d’essere amato. Veramente, padre, che costoro hanno [p. 67 modifica]messo a uscita la vita, perchè non pensano di loro più. Egli non voglinno altro che ppue, strazii, tormenti e villanie: elli hanno in dispregio tutti li tormenti del mondo: tanto è maggiore la croce e pena che portano di vedere l’offesa e il vituperio di Dio, e la dannazione delle creature; ed è sì grande questa pena, che dimenticano il sentimento della vita propria., E non tanto che fuggano le pene, ma essi se ne dilettano e vanuole cercando. Accordansi con quello dolce innamorato di Paolo che si gloriava nelle tribolazioni per l’amore di Cristo crocifisso. Or questo dolce banditore voglio e pregovi che seguitiate., Oimè, oimè, disaveuturata l’anima mia! Aprite r occhio e ragguardate la perversità della morte che è venuta nel mondo, e singolarmente nel corpo della santa Chiesa. Oimè, scoppi il cuore e l’anima vostra a vedere tante offese di Dio. Vedete, padre, che ’1 lupo infernale ne porta la creatura, le pecorelle che si pascono nel giardino della santa Chiesa; e non si trova chi si muova a trargliele di bocca. Li pastori dormono nell’amor proprio di loro medesimi, in una[14] cupidità e immondizia: sono sì ebbri di superbia, che dormono e non si sentono, perchè [15] veggano che il diavolo, lupo infernale, se ne porti la vita della Grazia in loro [16] e anco quella [p. 68 modifica]de’ sudditi loro. Essi non se ne curano: e tutto n’è cagione la perversità dell’amore proprio. Oh quanto è pericoloso questo amore nelli prelati e nelli sudditi! S’egli è prelato ed egli ha amore proprio, egli non corregge il difetto de’ suoi sudditi; perocché colui che ama sé per sé, cade in timore servile, e però non riprende. Che se egli amasse sé per Dio, non temerebbe di timore servile; ma arditamente con virile cuore riprenderebbe li difetti e noti tacerebbe né farebbe vista di non vedere. Di questo amore voglio che siate privato, padre carissimo. Pregovi che facciate sì che non sia detta a voi quella dura parola con riprensione dalla prima verità, dicendo:[17]«maladetto sia tu che tacesti». Oimé, non più tacere! Gridate con cento migliaia di lingue. Veggo che, per tacere, il mondo é guasto, la Sposa di Cristo è impallidita, toltogli è il colore, perché gli è succhiato il sangue da dosso, cioè che il sangue di Cristo, che è dato per grazia e non per debito, egli sei furano con la superbia, tollendo l’onore che debbe essere di Dio, e dannolo a loro; e si ruba per simonia, [18] vendendo i doni e le grazie che ci sono dati per grazia col prezzo del sangue del Figliuolo di Dio. Oimè! ch’io muoio, e non posso morire. Non dormite più in negligenzia; adoperate nel tempo presente ciò che si può. Credo che vi verrà altro tempo che anco potrete più adoperare; ma ora pel tempo presente v’invito a spogliare l’anima vostra d’ogni amore proprio, e vestirla di fame e di virtù reale e vera, a onore di Dio e salute dell’anime. [p. 69 modifica]Confortatevi in Cristo Gesù dolce amore: che tosto vedremo apparire i fiori. Studiate che il gonfalone della croce tosto si levi; e non venga meno il cuore e l’affetto vostro per veruno inconveniente che vedeste venire; ma più allora vi confortate, pensando che Cristo crocifisso sarà il facitore e adempitore degli spasmati desiderii de’ servi di Dio. Non dico più. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Annegatevi nei sangue di Cristo crocifisso: ponetevi in croce con Cristo crocifisso: nascondetevi nelle piaghe di Cristo crocifisso: fatevi bagno[19] nel sangue di Cristo crocifisso. Perdonate, padre, alla mia presunzione. Gesù dolce, Gesù Amore.
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