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The ConsciousLibrary

Chapter 202 of 202

CCXXVIII

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CCXXVIII. - A Neri di Landoccio.

Sia vasello d’amore; ricorra alla fonte inesausata. Abbracci non solo la Chiesa, ma ogni creatura ne’ desideri generosi. Nell’altezza de’ concetti sia umile. L’amor proprio è umido che infradicia; quelle dell’amore vero sono saette roventi non gettate ma porte, e portanti la vita.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

A te, dilettissimo e carissimo figliuolo in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo nel prezioso sangue suo; con desiderio di vederti unito e trasformato nel fuoco dell’ardentissima carità, sì che tu sia uno vasello di dilezione [1] a portare il nome della parola di Dio co’ misterii grandi suoi nella presenzia del nostro dolce Cristo in terra, e facci frutto; con accendere il desiderio suo. E però io voglio, figliuolo mio, che apri l’occhio del cognoscimento nell’obietto di Cristo crocifisso; però ch’egli è quella fonte dove s’inebria l’anima, traendone dolci e amorosi desideri!: i quali voglio che tu distendi sopra il corpo della santa Chiesa per onore di Dio e salute di ogni creatura.[2] Facendo così, egli diverrà delle operazioni e parole tue, come della saetta che si trae dal fuoco, ben rovente; che, gittandola, ella arde dovunque si gitta, perchè non può fare che ella non dia di quello che ella ha in se. Così ti pensa, figliuolo, che r anima tua entrerà nella fornace del [p. 367 modifica] fuoco della divina Carità; e per forza di caldo d’amore si converrà che tu getti e porga [3] quello che tu hai tratto dal fuoco.

E che hai tu tratto dall’obietto di Dio? Odio[4] e dispiacimento di te e amore della virtù, fame della salute dell’anime e dell’onore del Padre eterno: che in questo obietto di questo dolce Verbo non si trova altro. E così vedi tu che per fame egli muore. Ed è sì grande la fame che ’1 fa sudare, non d’acqua, ma per forza d’amore, gocciole di sangue. Come potrebbe essere tanto duro e ostinato quel cuore che non si risentisse e scoppiasse per questo caldo e calore di questo fuoco? Ragguardandolo, non potrebbe essere se non come la stoppa che si mette nel fuoco, che non può essere che non arda; perocché condizione[5] del fuoco è d’ardere e convertire in sé ciò che a lui s’accosta. Così l’anima che ragguarda l’affetto del suo Creatore, subito è tratta ad amarlo, e convertire [6] l’affetto in lui. Ine si consuma ogni umido[7] d’amore proprio di sé medesimo; e piglia la similitudine del fuoco dello Spirito santo. E questo è il segno che egli ha ’l ricevuto: che subito diventa amatore di quello che Dio ama, e odiatore di quello ch’egli odia. E però desidera l’anima mia di vedere in te questa unione, cioè d’essere unito e trasformato nel fuoco [p. 368 modifica] della sua Carità. Fa che giusta al tuo potere te ne ingegni, figliuolo mio carissimo; sì che tu adempia la volontà di Dio e di me trista miserabile madre. Permane nella santa e dolce dilezione di Dio.

Dl’a Nanni e a Papi che gridino per siffatto modo, che io m’avvegga delle voci loro. * Dì a Gherardo figliuolo, che risponda alla voce della madre che ’l chiama; e spaccisi tosto, ch’io l’aspetto. Vanni, missere Francesco, monna Nella e Caterina, strignemeli* tutti, e benedici e ponendovi in mezzo la santissima croce. E così mi fa al babbo. Gesù dolce Gesù.

Dice Francesco, ch’è fuore dell’obbligo: e dice Francesco, cattivo * e pigro, che tu ’1 raccomandi a fiate Raimondo* mille volte in Cristo Gesù; e digli che preghi Dio per lui. Gesù, Gesù.

Sai, quando ebbi la indulgenzia* di colpa e di pane, del santo Padre, m’impose ch’io dovessi dire Vanni Buonconti erano fratelli. Nella, la madre; Caterina, moglie a Gherardo. Il Nanni nominato sopra avrebbe a esser© d’altra casa: di che nomo sia scorcio Papi (che non direi nome di casato) non so: se forse da Jacopo, facendosi Lapo, altri non lo torcesse anco in quel!’ altra maniera.

Spesso in queste lettere stregnere come vencere, e simili: commutazione comune anco ai Veneti.

’ Torse Niccolò Buonconti, il padre.

Nella stampa gattivo come da castigo, gastigo. Pare che questa aia giunta dello scrivente, e celia, intendendo ch’ei non si crede in obbligo d’abbracciarlo.

" Mandato a Avignone da Caterina per la repubblica di Firenze, a preparare gli accordi di pace. Pare che Neri fosse inviato poi, più specialmente da lei, a Gregorio e anche a Raimondo, per recare non solo la lettera, ma altre cose a voce, da non si affidare alla carta.

Portata a lei da Alfonso di Vadaterra, confessore di santa Brigida, vescovo, e poi romito. Il numero trentatrè simbolico come ne’ canti di Dante, è anche memoria degli anni di Gesti Cristo, quanti appunto doveva quaggiii viverne Caterina. Il settantadue, forse memoria de’ discepoli del Signore. Ella chiede commutato l’obbligo, non tanto perchè i molti pater nostri (come altrove dice) non sono l’esercizio più perfetto,

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