Chapter 17 of 202
XIII
XIII. — A Marco Bindi, mercatante [1]
Bene usando la ragione, acquistasi la buona pazienza. Desiderarla è principio d’averla. Ragioni di lei, sono la lodo in Dio; il pensare, anco por umano argomento, che da Dio è ogni cosa; che egli è bene o bontà somma, e il malo è tutto da noi; ch’egli ci ama conio Creatore e corno Salvatore; che il dolore per sé non è male, anzi ci appura e ci arriva. Confortatolo a ben patire, lo compatisco, e di nuovo conforta.
Carissimo fratello in Cristo dolce Gesù.
Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi fondato in vera e santa pazienzia; perocché in altro non potremo piacere a Dio, ma perderemo il frutto delle nostre fadighe. E però c’è bisogno questa gloriosa virtù della pazienzia. E se voi mi diceste, carissimo fratello: «io ho le grandi fadighe, e non mi sento forte ad avere questa pazienzia; e. non so in che modo acquistarla;» — io vi rispondo che niuno è che voglia seguitare la ragione, che non la possa avere. Ma bene vi confesso che noi siamo fragili e debili per noi medesimi, secondo la sensualità; e specialmente, quando l’uomo ama molto sé, e le creature e la sostanza temporale sensualmente; onde amandole tanto d’un amore tenero sensitivo, quando poi le perde, ne riceve intollerabile pena. Ma Dio, ch’é nostra fortezza, se noi vorremo con la ragione, con la forza della volontà, e con la mano del libero arbitrio conculcare [2] la fragilità nostra; Dio non [p. 52 modifica]dispregerà la forza che faremo a noi medesimi per non dolerci disordinatamente; perocché egli è accettatore de’ santi desideri: e daracci questa dolce e reale virtù, e porteremo ogni fadiga con vera e santa pazienzia. Sicché vedete che ognuno la può avere, se vorrà usare la ragione che Dio gli ha data, e non seguitare solamente la fragilità: perocché sarebbe cosa molto sconvenevole che noi, creature ragionevoli, non usassimo altra ragione [3] che li animali bruti. Però che essi non possono usare la ragione, perchè non l’hanno; ma noi, perchè l’abbiamo, la doviamo usare; e non usandola, veniamo in impazienzia, e scandelizzianci nelle cose che Dio ha permesse a noi, e così l’offendiamo.
Che modo dunque possiamo tenere ad avere questa pazienzia, poiché io la posso e debbo avere, e senz’essa offenderei Iddio? Quattro cose principali ci conviene avere e considerare. In primo, dico che ci conviene avere il lume della Fede, nel quale lume della Fede santa acquisteremo ogni virtù; e senza questo lume anderemo in tenebre, sì come il cieco a cui il dì gli[4] è fatto notte. Così l’anima senza questo lume. Quello che Dio ha fatto per amore, il quale amore è uno dì lucido sopra ogni luce, ella sei reca a notte, cioè a notte d’odio, tenendo che per odio Dio gli permetta le tribulazioni e le [p. 53 modifica]fadighe ch’egli [5]ha. Sicché dunque vedete che ci conviene avere il lume della santissima Fede.
La seconda cosa si è quella la quale s’acquista con questo lume, ciò è che in verità ci convien ciedere, e non tanto credere,[6] ma essere certi ch’egli [7] è, e che ogni cosa che ha in sé essere, procede da Dio, eccetto il peccato, che non è. La mala volontà dell’uomo che commette il peccato, non fa egli; ma ogni altra cosa: o per fuoco o per acqua per altra morte o qualunque altra cosa si sia, ogni cosa procede da lui. E così disse Cristo nel Vangelio, che non cadeva una foglia d’arbore senza la sua providenzia: dicendo ancora più cioè che i capelli del capo nostro sono tutti numerati; e neuno ne cadeva che egli noi sapesse. Se dunque così dice delle cose insensibili, molto maggiormente ha cura di noi, creature ragionevoli; e in ciò che egli ci dà e permette, usa la providenzia sua; e ogni cosa è fatta con misterio e per amore, e non per odio.
La terza cosa è questa: ch’egli ci conviene vedere e cognoscere in verità col lume della Fede, che Dio è somma eterna Bontà, e non può volere altro che il bene; perocché la volontà sua si è che noi siamo santificati in lui; e ciò ch’egli ci dà e permette, ci dà per questo fine. E se noi di questo dubitassimo ch’egli volesse altro che il nostro bene; dico che noi non ne possiamo dubitare, se noi rag[p. 54 modifica]guardiamo il sangue dell’umile e immacolato Agnello, perocché Cristo, aperto, appenato e afflitto di sete in croce, ci mostra che il sommo ed eterno Padre ci ama inestimabilmente; perocché, per l’amore ch’egli ebbe a noi, essendo noi fatti nemici per lo peccato commesso, ci donò il Verbo dell’unigenito suo Figliuolo; e il Figliuolo ci diè la vita, correndo come innamorato all’obbrobriosa morte della croce. Chi ne fu cagione? L’amore ch’egli ebbe alla salute nostra. Sicché dunque vedete che il sangue ci tolle ogni dubitazione che noi avessimo, che Dio volesse altro che il nostro bene. E come può la somma Bontà fare altro che bene? Non può. E la somma eterna Providenzia come userà altro che providenzia? Colui che ci ha amati prima che noi fossimo, e per amore ci creò alla imagine e similitudine sua, non può fare ch’egli non ci ami, e che non ci provegga in ogni nostro bisogno nell’anima e nel corpo. Sempre Dio ama, in quanto Creatore,, le creature sue; ma solo il peccato è quello ch’egli odia in noi; e però egli ci permette molte fadighe in questa vita sopra li corpi nostri, o nella sustanzia corporale, in diversi modi, secondo ch’egli vede che noi abbiamo bisogno; e siccome vero medico, dà la medicina che bisogna alla nostra iufirmità. E questo fa o per punire i nostri difetti in questo tempo finito, acchiocché meno pene proviamo nell’altra vita, o egli il fa per provare in noi la virtù della pazienzia. Siccome fece a Giob, che per provare la pazienzia sua gli tolse i figliuoli e tuttala sustanzia temporale ch’egli aveva, e nel corpo suo diè un’infirmità che continuamente menava [8] [p. 55 modifica]vermini. La moglie gli riserbò per sua croce e stimolo; però che sempre tribolava Giob con molta villania e rimprovèrio. E poichè Dio ebbe provata la pazienzia sua, gli restituì a doppio ogni cosa. Giob mai in queste cose non si lagnò: anco diceva: «Dio me le dio, e Dio me l’ha tolte; sia sempre benedetto il nome suo». Alcuna volta Dio ce le permette acciocché noi conosciamo noi medesimi, e la poca fermezza e stabilità del mondo; e perchè tutte le cose che noi possediamo, e la vita e la sanità, moglie e figliuoli, ricchezze e stati del mondo [9] e delizie del mondo, tutte le possediamo come cose prestate a noi per uso da Dio, e non come cose nostre: e così le doviamo usare. Questo ci è a noi manifesto ch’egli è così, perchè neuna cosa possiamo tenere che nostra sia, che non ci possa esser tolta, se non sola la Grazia di Dio. Questa Grazia né dimoni, né creatura, né per[10] alcuna tribulazione ci può esser tolta, se noi non vogliamo. Quando l’uomo cognosce questo, cioè la perfezione della Grazia, e l’imperfezione del mondo e della vita nostra corporale; gli viene in odio il mondo con tutte le sue delizie, e la propria fragilità sua, che è cagione spesse volte (quando ama sensitivamente) di tollerci la Grazia: e ama le virtù che sono strumento a conservarci nella Grazia. Sicché vedete dunque che Dio per amore ce le permette, acciò che con cuore virile ci stacchiamo dal mondo con santa sollecitudine, e col cuore e coll’ affetto, e cerchiamo un poco i beni immortali, e abbandoniamo la terra con tutte le puzze sue, e cerchiamo il [p. 56 modifica]cielo. Perocché noi non fummo fatti per nutricarci di terra;[11] ma perchè noi siamo in questa vita come pellegrini che sempre corriamo al termine nostro di vita eterna, con vere e reali virtù: e non ci dobbiamo restare fra via per alcuna prosperità o diletto che ’l mondo ci volesse dare, nè per avversità; ma correre virilmente, e non volgersi a loro né con disordinata allegrezza né con impazienzia, ma con pazienzia e santo timore di Dio tutte trapassare.[12] Di grande necessità v’era questa tribolazione; perocché Dio vi dava il desiderio di sciogliervi de’ molti legami, e sviluppare la coscienzia vostra; onde dall’uno lato vi tirava[13] il mondo, e dall’altro Dio. Ora Dio per grande amore che egli ha alla salute vostra, vi ha sciolto, e datavi la via, se voi la sapete pigliare. A loro[14] ha dato vita eterna; e voi chiama col tesoro della tribolazione, perchè voi non ne siate privato, ma perchè in questo punto del tempo che v’è rimasto cognosciate la bontà sua e i difetti vostri.
La quarta cosa che ci conviene avere per poter venire a vera pazienzia, è questa: che noi consideriamo i peccati e difetti nostri, e quanto abbiamo offeso Dio, il quale è Bene infinito; per la qual cosa seguiterebbe (non tanto che delle grandi colpe, ma d’una piccola) pena infinita; e degni siamo di mille inferni, considerando che siamo noi miserabili che abbiamo offeso il nostro Creatore. E chi è il dolce [p. 57 modifica]Creator nostro che è offeso da noi? Vediamo ch’egli è colui che è Bene infinito; e noi siamo coloro che non siamo per noi medesimi: però che l’esser nostro, e ogni grazia che è sopra l’essere, abbiamo da lui; però che noi per noi siamo miseri miserabili. E nondimeno [15] che noi meritiamo pena infinita, egli con misericordia ci punisce in questo tempo finito; nel qual tempo portando le fadighe con pazienzia si sconta e si merita. Che non avviene così delle pene che sostiene l’anima nell’altra vita. Perocché se ella è alle pene del purgatorio, sì sconta e non merita. Bene dobbiamo dunque portare questa piccola fadiga volontariamente. Piccola si può dire questa e ogni altra per la brevità del tempo; perocché tanto è grande la fadiga, quanto è grande il tempo in questa vita. Quanto è il tempo nostro? È quanto una punta d’ago. Adunque bene è vero ch’ella é piccola; perocché la fadiga ch’è passata, io non l’ho, perocché é passato il tempo; quella che è avvenire, anco non l’ho, perocché non son sicura di avere il tempo, con ciò sia cosa che io debba morire, e non so quando. Solo dunque questo punto del presente e’ è, e non più. Adunque bene doviamo portare con grande allegrezza; però che ogni bene è remunerato, e ogni colpa è punita. E Paolo dice: «Non sono condegne le passioni di questa vita a quella futura gloria che riceve l’anima che porta con buona pazienza». Or a questo modo potrete portare, e acquistare la virtù della vera pazienzia; la quale pazienzia, acquistata per amore col lume della santissima Fede, vi renderà il frutto d’ogni fadiga. In altro modo perdereste il bene della terra [p. 58 modifica]e il bene del cielo. Però che altro modo non c’è.[16]
E però vi dissi che desideravo di vedervi fondato in vera e santa pazienzia; e cosi vi prego che facciate. Abbiate memoria del sangue di Cristo crocifisso; e ogni amaritudine vi tornerà in dolcezza,[17] e ogni gran peso vi tornerà leggiero. E non vogliate eleggere né tempo né luogo a vostro modo; ma siate contento nel modo che Dio ve le ha date.
Hovvi avuta compassione del fatto che v’é avvenuto. Secondo l’aspetto, pare molto forte;[18] e nondimeno egli é fatto con gran previdenza, e per vostra salute. Pregovi che vi confortiate, e che non veniate meno sotto questa dolce disciplina di Dio. Altro non vi dico, se non che sappiate conoscere il tempo mentre voi l’avete. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.
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