Chapter 1 of 202
Caterina Benincasa
CATERINA BENINCASA
Siena vide nel Trecento le segrete energie dei padri che nel sec. XIII la costituirono a forma di vita libera e civile, rifulgere miracolosamente nell’anima di una donna eroica, nata di popolo, Caterina Benincasa.
Ogni pietra della città medioevale sembra che abbia un cuore ed un palpito per la fanciulla che seppe imprigionarne e sollevarne l’anima nel sommo cielo dell’amore. Caterina è la vivente poesia della città mistica. Ivi tutto di lei respira: la favella degli abitanti, l’arte, il paesaggio, il cielo.
I maggiori monumenti esprimono le qualità sovrane del suo spirito e meglio si comprendono quando si osservano nella luce dell’intima psicologia cateriniana. Il Duomo, così grave e severo, che in Riccardo Wagner destò il misticismo sublime di Parsifal, prega a Dio, con ardore contenuto, la sua preghiera, e pare coperto della veste bianca e del manto nero della domenicana. La torre del Mangia che al fianco del Palazzo Pubblico s’alza nel cielo, diritta e fiera come una spada, è l’immagine viva e reale della sua volontà vigile [p. viii modifica]presso la sua coscienza democratica, pienal di quel senso politico che fece glorioso nel Trecento il Comune italiano. Ma se noi giungendo a Siena da Firenze, cioè dalla città rivale, ci soffermiamo un istante dinanzi alla Porta Comollia, vi leggiamo un motto che stranamente contrasta con i sentimenti che i senesi nutrivano per i fiorentini. Esso dice: «Cor magis tibi Sena pandit». «Un cuore più grande di questa porta ti apre la città di Siena». Sembra che tal messaggio di amore, tale invito di pace, esca dalle labbra di colei che in tempi di misere divisioni partigiane, di aspre contese tra i vari comuni italiani, ambasciatrice dei fiorentini alla Corte d’Avignone, sognò la grandezza d’un’Italia unita e concorde nella sua fede religiosa e civile. Questo motto che potrebbe credersi ispirato dalla Santa, ai costruttori della Porta Camollia, meglio d’ogni altro ci fa intendere la bellezza dell’ospitalità, una delle virtù essenziali dell’anima cateriniana come di ogni grande anima femminile.
Ad essere ospitale soccorre ogni donna l’intuito raffinato che io chiamerei l’occhio del cuore, il senso istintivo della maternità, ma questa virtù che è la condizione di tutte le altre, ed è come il germe della Charitas non può esser perfetta senza una viva luce dell’intelligenza. Giacchè due sono le forme della carità: una materialista che si rivolge ai corpi, verso la quale le nature sensibili [p. ix modifica]sono chiamate alla visione di certa cruda sofferenza estema; l’altra spiritualista che si rivolge alle anime, ai dolori occulti, ai dubbi atroci che maturano talvolta i più terribili drammi negli abissi dei cuori e che pochi coltivano, perchè il dolore silenzioso, quello che non si vede e bisogna cercare nel buio, non ci offende, non ci inquieta, ai più non importa. E poi l’arte di curarlo è difficile. Giova tuttavia ricordare che si è spiritualmente caritatevoli verso gli uomini per quanto riusciamo ad ospitarne i dolori, le gioie, i pensieri, i sentimenti, per quanto sappiamo superare le trincee delle differenze e dei malintesi con un giudizio illuminato e generoso, ad incanalare e dirigere verso il bene quelle misteriose forze contrastanti e straripanti della psiche, alle quali le persone fatte ingiuste dagli apriorismi dogmatici guardano sempre con occhio ostile. Ma per possedere questa divina carità, ben diversamente alta da quella che si piega sulle miserie materiali, bisogna avere luce nell’intelletto e fiamma nel cuore. Una fiamma che dal cuore nutra l’intelligenza, e un’intelligenza che renda chiara e calma la fiamma del cuore, per guisa che splenda come la luce del faro, sulla torre incrollabile, nelle notti di tempesta.
Faro di umanità in una notte di tempesta ci appare veramente Caterina nella seconda metà di quel nostro appassionato sec. XIV il quale rassomiglia ad un eroico pellegrino [p. x modifica]che saluta l’alba del giorno con i più dolci canti dell’amore, e giunge alla visione di Dio a traverso le possenti navate della cattedrale dantesca, mentre le terre italiane sono messe a ferro e fuoco, e gli abitanti si dilaniano in guerre fraticide, e la moría fa strage nelle campagne e nelle città, e feroci compagnie di ventura scendono d’oltr’alpe a saccheggiare, a parteggiare, a crescer ruina, e l’immagine della gran madre Roma şi oscura nella vergogna e nella viltà d’un principe fuggiasco; ed essa invano tenta risollevare la testa fra mezzo ai ruderi degli archi cadenti, delle colonne spezzate, delle statue mutilate, nel cimitero fatto vivo solamente dalle ombre degli antichi eroi e dal vento delle gloriose memorie.
Il maggior poema del sec. XIV fu quello creato dai sentimenti e dalle visioni dell’Alighieri e di S. Caterina. Fiorentino l’uno, senese l’altra; perfetto esemplare il primo di ciò che può essere un uomo; tipo meraviglioso la seconda di altissima Beatrice. Di sangue aristocratico il poeta; di buon sangue popolano la conduttrice d’uomini: campioni magnifici ambedue d’una razza creata per le vittorie. Se noi contempliamo le loro immagini nello specchio profondo della vita trecentesca subito ci appaiono le più sicuramente rappresentative della gente toscana di quel secolo, la quale poteva dirsi erede legittima di tutte le virtù romane. È inutile ch’io qui [p. xi modifica]ricordi la romanità di Dante, ma indugiandoci fra poco a lumeggiare il pensiero e l’azione politica della Benincasa vedremo come questa convergesse costantemente l’energie a restituire in Roma la dignità e la potenza della nazione.
Ma bisogna anzitutto conoscere in virtù di quale disciplina spituale si iniziasse Caterina all’azione politica, e come si aprissero gli occhi della sua intelligenza ad una visione larga e sicura del mondo esterno e delle realtà contemporanee. Di buon’ora ella intraprese a conquistare le libertà necessarie ad un uomo come ad una donna d’azione. Signoria assoluta sopra le passioni e le volontà; disprezzo d’ogni mollizie, emancipazione da ogni legame domestico. Chi sa quanto fossero rigidamente chiuse le porte della casa paterna ad una fanciulla d’onesta famiglia nel Trecento, comprenderà subito gli ostacoli che dovette vincere Caterina per aprirle. A lei non si presentavano apparentemente che due stati; il matrimonio o il chiostro. Così nell’uno come nell’altro sarebbesi mortificata in una fatale constrizione la libera forzà del suo genio femminile. Con mirabile intuito, giovinetta diciassettenne, contro il volere dei genitori che pensavano di maritarla, e non cedendo ai consigli degli uomini religiosi che l’avrebbero veduta volentieri monaca, ella scelse il terzo ordine di S. Domenico, che mentre la rendeva indipendente dalla famiglia, non l’imprigionava [p. xii modifica]fra le quattro mura d’un convento, nè la vincolava ai tre voti religiosi.
L’istituzione del terzo ordine, nelle società di S. Francesco e di S. Domenico creò una repubblica di persone che intendevano vivere religiosamente nel mondo fuor dai vincoli monastici, e nel sec. XIV favorì quel moto rivoluzionario al quale partecipavano le sette eretiche dei fraticelli, che sostenne così fieramente le ragioni del vangelo di Cristo contro la politica laica e imperialista della Corte Avignonese. Sull’esempio del suo congiunto Giovanni Colombini, Caterina intese a fondare un libero cenacolo ove poter maturare le sue idee di rinnovazione ed agire per una conquista d’anime.
Noi lasciamo volentieri in disparte le devote storielle che raccontano i biografi intorno alla sua infanzia e adolescenza per attenerci alla nuda realtà storica e metter bene in rilievo il momento psicologico che segna l’ingresso nella vita pubblica d’una donna, la quale, in tempi difficili, seppe affermare superbamente i diritti del suo spirito.
Ella volle avere una viva comunione con gli uomini come con Dio, senza intermediarii: si propose fin dal principio di vivere fuor d’ogni regola, ma secondo una legge, la propria legge interna, pur rimanendo ossequente alla disciplina cattolica. A Raimondo da Capua disse un giorno: «Padre, voi potete aver la certezza che nessuna regola nella vita spi[p. xiii modifica]rituale mi fu insegnata da uomo mortale, ma solamente dal mio Signore e Maestro Gesù Cristo, il quale, o per qualche segreto impulso, oppure apparendomi e parlandomi come io adesso parlo a voi, mi ha insegnato sempre ciò che io doveva fare». Queste parole definiscono immediatamente il carattere profondo e personale del suo misticismo. Or vi ha un episodio che ci mostra meglio d’ogni altro l’ardore della sua carità, e l’indipendenza del suo pensiero di fronte ai giudizi ed alle convenzioni esteriori del mondo. Lo togliamo da una lettera che il suo amico e segretario Stefano Maconi scriveva al Caffarini, l’autore del «Supplemento alla leggenda di S. Caterina» documento genuino di grande valore per la conoscenza dell’anima cateriniana. «Una volta, scrive, il Maconi, mentre ella stava seduta all’aria aperta coi suoi compagni, le venne incontro un povero chiedendole con grande insistenza l’elemosina. Caro fratello, gli disse Caterina, vi assicuro che non ho danaro da darvi. Ma, replicò costui, voi potete ben darmi il vostro mantello. E vero, soggiunse Caterina, e toltoselo di dosso subito glielo diede. Coloro che l’accompagnavano lo riscattarono, ma non senza difficoltà, perchè l’uomo non lo cedette che ad un prezzo elevato. Richiesta dopo come mai s’era risolta a mostrarsi per le vie senza mantello, rispose con queste nobilissime parole: «Io preferisco esser senza mantello anzichè senza carità». [p. xiv modifica]
Per intendere il valore dell’atto compiuto e il significato di questa risposta che gli storici di S. Caterina hanno sempre riferita senza illuminarla, bisogna ricordare come in Siena nel sec. XIV una donna che camminasse per le vie senza mantello era riconosciuta per una pubblica cortigiana, giacchè gli Statuti proibivano alle donne oneste di andare senza mantello; solo quelle di malavita non lo portavano ed a tal segno venivano riconosciute ed additate. Or si rifletta che uno può aver vergogna d’una cosa e non paura, ma la paura segue sempre un sentimento di vergogna. Sfidare, vincere la vergogna, nel caso di Caterina, significa possedere un’innocenza che è purità di coraggio. Giammai ella indietreggiò nella vita per rispetto umano, cioè per un timore servile: ogni suo atto, ogni sua parola erano affermazioni di libertà. Con ciò riuscì a creare rapidamente intorno a sè quell’atmosfera di simpatia spirituale, ove furono attirate le anime più generose e sincere dei suoi concittadini che costituirono il suo famoso cenacolo.
Ella vi accolse poeti, artisti, uomini polici, magistrati, religiosi, che fecero profonda la sua coltura allargando al tempo stesso il suo campo d’azione. Il pittore Andrea Vanni il quale ci ha lasciato nella chiesa di S. Domenico in Siena il ritratto più antico della Santa, fu nel 1368 uno dei capi del partito popolare e prese parte attiva alla rivoluzione [p. xv modifica]che condusse alla caduta del Governo dei Dodici. Insieme al fratello della Benincasa Bartolo, fu nominato «Difensore della Repubblica». Nel 1373 andò ambasciatore dei senesi ad Avignone per sollecitare Gregorio XI a ritornare in Roma. Non v’ha dubbio che Caterina s’ebbe dal Vanni molte informazioni preziose sui personaggi della Curia Avignonese, sui carattere del Pontefice, sulle realtà politiche del tempo. Da Ser Cristofano di Gano, notaio, apprese le cupidigie e gli intrighi dei banchieri e dei mercanti. Dall’eremita inglese William Flete, uomo di grande autorità religiosa e politica, il quale doveva inspirare più tardi insieme a S. Caterina il governo di Riccardo II nelle famose «Rationes anglicorum» in favore di Urbano VI, la Benincasa fu informata sulle condizioni politiche dell’Inghilterra. Dai suoi amici Salimbeni, Saracini, Tolomei, Piccolomini, Malavolti, conobbe le passioni guelfe e ghibelline dell’aristocrazia italiana. Con Raimondo da Capua e Tommaso della Fonte conversava delle cose divine. Con Anastagio di Monte Altino e Giacomo del Pecora, i quali scrissero poemi in suo onore, ella s’intratteneva su questioni d’arte e di poesia. Ma in questo gruppo di poeti va ricordato sopra tutti colui che fu il suo primo segretario, Neri di Landoccio dei Pagliaresi, che la conobbe verso il 1370 e l’accompagnò nei suoi viaggi e dal quale non si separò fino alla morte. Era questi un giovane di nobile [p. xvi modifica]famiglia senese, anima malinconica di poeta straordinariamente sensitivo; i bei versi che scriveva gli avevano acquistata in Siena larga fama e valsero certo a cattivargli le simpatie della Santa. Caterina amava molto la musica, la poesia, tutte le bellezze naturali; sembra che scrivesse ella stessa in rima; nel suo cenacolo si leggeva la Commedia di Dante, come sappiamo da una lettera di Giunta di Grazia al Pagliaresi. Ella dilettavasi a coltivare i fiori del piccolo giardino attiguo alla sua casa. Il Caffarini racconta che spesso quand’era rapita dall’amor divino soleva cantare degl’inni in mezzo ai fiori. Molti di coloro che la conobbero ci parlano della sua passione per le rose, i gigli, le viole ed essi aggiungono che sapeva disporli in ghirlande e che sempre, mentr’era occupata in questo lavoro, cantava. Il timbro dolcissimo della sua voce dava una freschezza primaverile al suo canto ed il fiore del suo sentimento lo profumava. Da una lettera togliamo un pensiero meraviglioso d’ispirazione floreale. «Bisogna sentire tra le spiue l’odore della rosa prossima ad aprirsi». Prediligeva il suono degli organi e quello delle campane nei cieli vespertini. Spessa, la sera, su l’imbrunire, s’immergeva nella contemplazione del firmamento. Nel Dialogo leggiamo queste parole: «Tutti gli affetti e le potenze dell’anima regolati dalla perfezione, danno un suono armonioso simile alle corde d’un istrumento musicale. [p. xvii modifica]Le potenze dell’anima sono le grandi corde, i sensi ed i sentimenti del corpo sono le corde minori e quando tutte sono usate nelle lodi di Dio o in servigio del prossimo prodocono un suono simile a quello d’un organo armonioso».
Da questa sua concezione musicale della vita, dall’audacia della sua volontà, dalla sua giovinezza trionfante nell’amore, dall’intelligenza splendida, emanava un fascino irresistibile di dominazione su coloro che l’avvicinavano, fossero poveri e semplici popolani o uomini di mondo raffinati ed esperti. Di tale segreta potenza conquistatrice sembra ch’ella fosse perfettamente consapevole: ce lo dicono le sue lettere imperiose, ove in mezzo alla dolcezza ed alla severità degli argomenti persuasivi si mostra un’anima che sa di non potere essere disubbidita, perchè sente la forza del Divino nel sentimento che la muove. Nessuna superbia e sopra tutto punta vanità adombra le sue vittorie, come neppure una sciocca modestia. Ella parlava, scriveva, agiva naturalmente, come il suo cuore di donna le dettava. Francesco Malavolti giovane di vita mondana, sdegnoso d’ogni freno, e che pur grandemente ammirava la Benincasa, racconta un fatto che ce la mostra in una luce assai intima e simpatica della sua natura femminile. «Dopo il suo ritorno da Avignone, egli narra, io aveva ripreso qualcuna delle vecchie abitudini. Ciò nonostante, quando andai a trovarla, essa mi [p. xviii modifica]accolse con tanta giovialità, che mi sentii riavere. Una delle sue compagne però si mise a lamentarsi di me e a rimproverarmi la mia instabilità, ma Caterina sorrise e disse: «Non vi date pena, sorella mia, perchè, qualunque via egli prenda, non mi sfuggirà. Quand’egli mi crederà molto lontana, io gli getterò sul collo tal giogo che non sarà mai più capace di liberarsene». In queste parole, per servirci d’una frase da lei stessa creata a traverso un sentimento, noi riusciamo a gustar l’anima sua. Ella amava le anime senza un’ombra d’egoismo, per arricchirle d’un contenuto ideale. La spiritualità dell’amore che la consumava s’illumina per noi moderni nella mistica indagine dell’Emerson, ricercatore acutissimo delle verità fondamentali dello spirito umano, quando discopre il significato interno della domanda: «If I love you, what is that to you? We say so, because we feel that what we love is not in your will but above it. It is the radiance of you, and not you. It is that which you know not in yourself and can never know».[1] È la scoperta del divino nell’amore. Ciò fece grande Caterina Benincasa. Man mano ch’ella assorgeva alla conquista della verità e più che degli uomini e [p. xix modifica]delle cose s’abituava ad amare l’interno splendore. A lei era riserbato, come a Dante, di salire così in alto, da dominare le tempeste delle passioni politiche e religiose e degli egoismi individuali.
Nel 1368, quando Caterina aveva 21 anni potè vedere umiliata in Siena la potenza tedesca nella persona di Carlo IV. Questo medesimo imperatore nel 1355 aveva favorita in Siena la sollevazione dei nobili alleati al popolo minuto, nella quale rimase sconfitto il glorioso governo dei Nove uscito da quella classe popolare borghese cui appartenevano le famiglie di Caterina e del suo congiunto Giovanni Colombini e che aveva fatta la grandezza della Repubblica. Carlo IV con sottili avvolgimenti cercò allora d’impadronirsi della città di Siena approfittando delle discordie civili che la travagliavano. Riuscì ad ottenere per il Patriarca d’Aquileia, suo fratello naturale, la nomina di Capo Onorario della Repubblica, ma l’investito durò nel suo ufficio solo poche settimane, chè i senesi accortisi del segreto disegno dell’imperatore costrinsero il patriarca a dare le dimissioni e ristabilirono il governo popolare. Ma nel 1368 si rinnovò il tentativo rivoluzionario dei nobili sempre cupidi di riafferrare il potere: anche questa volta, come tredici anni prima, Carlo IV con sembianze d’amico entrò in Siena, ospite della potente casata dei Salimbeni, accompagnato dall’Imperatrice e da una scorta di 1200 ca[p. xx modifica]valieri. In Firenze egli aveva impegnata presso certi banchieri la sua corona imperiale, ed il Magistrato senese dovette pensare a riscattarla. Ma non gliene fu grato l’imperatore, chè anzi chiese alteramente gli fossero cedute quattro fortezze importanti ed il porto di Talamone che era la chiave marittima della Repubblica. La domanda fu sdegnosamente respinta allora Carlo IV tentò con un colpo di mano, soccorso dai Nobili, d’impadronirsi della città discacciando i Dodici dal Palazzo Pubblico. In difesa della libertà insorse con impeto meraviglioso il vecchio popolo di Siena, mettendo in fuga le truppe imperiali. «L’imperatore, dice il cronista Neri di Donato, solo, nel palazzo Salimbeni era in preda al più abietto timore. Piangeva, pregava, abbracciava tutti, e chiedeva perdono per lo sbaglio fatto ». Siena fu generosa verso il tedesco a condizione che lasciasse immediatamente la città. Per tal modo si riaffermò il governo e lo spirito popolare dell’antica borghesia guelfa nella Repubblica.
Questo episodio contribuì certo alla formazione della coscienza politica della Benincasa, la quale, come tutti i mistici senesi, s’inspirò sempre nel suo apostolato religioso ad un forte sentimento nazionale, e per esso si comprende com’ella non potesse, nella città ghibellina, nutrirsi del sogno imperiale vagheggiato da Dante. Dinanzi agli sguardi della fanciulla che s’appressava ad entrare media[p. xxi modifica]trice di Dio in mezzo alle contese umane si offriva lo spettacolo pietoso dell’Italia straziata dell’anarchia, del Papato divenuto straniero e trascinato nell’orbita della potenza francese dopo lo schiaffo d’Anagni, dell’Impero, decaduto da ogni sentimento di romanità e che gareggiava con le Compagnie di ventura e con i cardinali francesi legati del Pontefice a rapinare nel giardino d’Europa. Caterina era senese ma sopra tutto italiana: è singolare ch’ella chiami i suoi concittadini: «Questi nostri italiani di qua». In primo luogo si occupò di loro cercando di pacificarli, e non tardò a comprendere che non avrebbe potuto fare una politica nazionalista nel senso più vero ed alto della parola, dentro la cerchia delle patrie mura, ma che doveva estenderla all’Italia, e non solo all’Italia, ma all’Europa, cercando di dare all’Italia una coscienza unitaria civile che la liberasse dallo straniero, e risvegliare nelle nazioni cattoliche divise una coscienza unitaria religiosa, una grande fraternità in Cristo, onde potessero rivolgere le forze a discacciare di terra santa gli infedeli, e preparare al tempo stesso le barriere che impedissero una futura loro invasione in Europa. Tale ci appare, nelle sue linee principali, il quadro dell’azione political cateriniana.
Nel suo programma noi possiamo distinguere una parte che riguarda Siena e sopra tutto l’Italia ch’ella sognava unita in forma [p. xxii modifica]confederativa sotto l’egida del papato, erede dell’impero latino, secondo la tradizionale concezione guelfa della borghesia italiana, che fu ripresa nel secolo passato dal Gioberti e contrastante con quella ghibellina dell’Alighieri assai meno realistica e nazionale; un’altra parte poi mirante alla confederazione cristiana europea contro i nemici comuni dell’orbe cattolico, i turchi. Appar manifesto com’ella sentisse essere l’unica leva, questa della guerra, capace veramente, ove si riuscisse e farle pesare sopra il sentimento religioso delle moltitudini, di sollevare il mondo cristiano e distrarre dall’Italia le cupidigie straniere, e sopire le divisioni interne con il miraggio d’un grande ideale religioso e patriottico acceso in terre d’oltre mare. A questo, nel suo tempo, infinitamente triste per la nostra madre Italia, pensava con lacrime di passione Caterina Benincasa. Ma la fanciulla senese non si limitò a piangere, come il Petrarca, sulle ferite della nazione. Il suo poema d’amore e di dolore per la patria ella lo visse, lo combattè, lo sofferse, trascinandosi sul cammino aspro e sassoso, povera e sola: non lo distemperò in versi come l’aulico poeta; non ambì sul Campidoglio una corona d’alloro, ma volle, una corona di spine.
L’integrazione del suo programma religioso, che è quello della riforma interna della Chiesa, si ha nel suo programma politico convergente verso le due alte finalità di far ri[p. xxiii modifica]tornare in Roma il Pontefice e di far bandire la crociata contro i turchi dai popoli cristiani. Al duplice intento si opponevano ostacoli diversi. Il trasferimento della sede pontificia ad Avignone fu voluto ed in certo modo imposto da Filippo il Bello a Clemente V. Il re di Francia aveva ben valutata la potenza morale, finanziaria, politica del papato, ed aveva compreso che mettendolo ai servigi della Francia sarebbe riuscito utilissimo alla monarchia così nelle contese coll’Inghilterra, come pure per esercitare, a mezzo dei cardinali legati francesi, una vera e propria dominazione sugli stati italiani. L’intuito politico della monarchia francese conquistatrice nel Trecento del papato romano fu veramente meraviglioso. Essa riuscì a laicizzarlo per quanto le fu possibile e ad incorporarne la potenza a suo vantaggio. Pochi sanno che ai pontificati di Clemente V e di Giovanni XXII deve la Francia il principio del suo prestigio coloniale cui si collega, più che al crociato S. Luigi, il diritto di protettorato sulle missioni cattoliche, le quali furono sospinte con grande energia nell’ India, in Cina, nell’Egitto, nella Nubia, in Abissina, in Tripolitania, nel Marocco, come provano i regesti dei papi Avignonesi pubblicati recentemente per cura del Governo francese. I denari che quei pontefici estorcevano al gregge cristiano andavano ad impinguare in gran parte il pubblico erario nazionale. Le spese sostenute dalla Francia per la [p. xxiv modifica]guerra contro l’Inghilterra furono abbondantemente condivise da Clemente VI e dal suo fratello Guglielmo Roger. Basterà ricordare che Filippo VI dal 1345 al 1350 ottenne 592.000 fiorini d’oro e 5.000 scudi, e Giovanni II la somma enorme di 3.513.000 fiorini d’oro.
L’ideale di S. Caterina di ricondurre il papato in Italia è facile comprendere come si opponesse ai più vitali interessi della monarchia francese. Al progetto della crociata contro gl’infedeli da parte delle nazioni cristiane si opposero l’insanabile inimicizia tra la Francia e l’Inghilterra, le discordie fra la Repubblica di Genova e quella di Venezia, e la lega delle città italiane con a capo Firenze contro il Papa d’Avignone che aveva contro di sè anche Bernabò Visconti. La Curia avignonese, come la Francia, non era nè poteva esse— re contraria all’idea della crociata. Quest’impresa avrebbe anzi favorito l’espansione delle missioni galliche in Oriente ed avrebbe certo consolidata la politica imperialista del Re di Francia ove si fosse compiuta. Di fatto non appena Pietro Roger de Beaufort-Turenne salì sul trono pontificio col nome di Gregorio XI, pensò subito, nel 1371, a scrivere al re d’Inghilterra, al Conte di Fiandra e al Doge di Venezia, per indurli a prendere le armi contro i Turchi, ed al tempo stesso, con sottile accorgimento, donò a Raimondo de Berenger, gran Maestro dei Cavalieri di Rodi, il ricco principato di Smirne onde potesse creare la [p. xxv modifica]prima base di operazione in Oriente su terreno francese. La guerra fra Genova e Venezia mandò a monte l’impresa. Frattanto il comune entusiasmo che la popolana di Siena ed il pontefice Gregorio XI avevano per la crociata valse a stringere il nodo della loro amicizia. Ma v’era un punto ove i loro animi si dividevano sulla questione romana. L’esperimento compiuto dal suo predecessore Urbano V,e così miseramente fallito, di ricondurre in Roma il Governo della Chiesa non era tale da incoraggiare ad una nuova prova Gregorio XI, ciò che stava in cima a tutti i desideri di Caterina. D’altra parte, l’opposizione dei cardinali Francesi a questo progetto era recisa. Gregorio, piccolo di statura, pallido, di costituzione delicatissima, rivelava nell’aspetto esterno ciò che gli mancava nell’anima: coraggio e forza di propositi. Fu Caterina Benincasa che riuscì ad infondere nell’anima di quest’uomo debole ed incerto le virtù di un duce. Ella sola riuscì a romanizzarlo. Le meravigliose lettere che gli scrisse ne sono documento irrefutabile. «Siatemi uomo virile e non timoroso gli grida. Allorquande i consiglieri francesi affacciavano a Gregorio il pericolo di essere ucciso ritornando in Italia e gl’istillavano il sospetto che di veleno fosse morto Urbano V, e mentre, per meglio rattenerlo, gli fecero scrivere dal Beato Pietro d’Aragona una lettera ove lo si avvertiva di non andare a Roma perchè sarebbe tosto [p. xxvi modifica]assassinato, così gli scriveva la vergine confutando mirabilmente il Beato Pietro: «Parmi che già comincino a venire a voi con la scrittura; e oltre alla scrittura, v’annunciano l’avvenimento suo, dicendo che giugnerà alla porta quando voi nol saprete. Questo suona umile, dicendo: Se mi sarà aperto, io entrerò e ragioneremo insieme». Ma egli si mette il vestimento dell’umiltà, acciocchè gli sia creduto bene. E’ gloriosa dunque questa virtù, con la quale la superbia s’ammantella.... Questo, io non reputo, per quello che io ne possa vedere o comprendere e non mi si rappresenta al suono de le parole sue, servo di Dio: Ma a me non pare che sapesse bene l’arte colui che la fece. Dovevasi dunque ponere alla scuola; e parmi ch’egli abbia saputo meno che un bambolo. Vedete dunque, santissimo Padre, che egli v’ha posto innanzi quella parte che cognosce più debile nell’uomo, e singolarmente in coloro che sono molto teneri e compassionevoli d’amore carnale, e teneri del corpo loro; perocchè questi cotali tengono più cara la vita che tutti gli altri. Epperò ve l’ha posto per lo primo vocabolo». Così scriveva al Pontefice la Santa. Ed ella mostrava all’uomo pusillanime che la bellezza d’un sentiero è pari ai pericoli che vi si incontrano; Caterina parlava ed agiva come un soldato. «La virtù sta nel cuore, diceva, come capitano in fortezza» «li nemici, entrano dentro et abitano per li borghi della città dell’anima, e [p. xxvii modifica]talora pigliano tutta la città con la ròcca della volontà». Ella che si figurava l’opera della Redenzione come un «torneo della morte con la vita aggiungeva: «Noi siamo comperati non d’oro e di dolcezza d’amore solo, ma di sangue». «Chi non ha battaglia non ha vittoria, e chi non ha vittoria si rimane confuso. Al tempo della battaglia daremo la vita per la vita, il sangue per il sangue». Caterina abbominava tutte le cose mediocri: le parole doppie, i consigli tenebrosi, e disdegnava le prudenze umane. Attraverso il suo epistolario passa continuamente come un’onda irresistibile la violenza del suo coraggio; ed ivi meglio si palesa la sua perspicacia nello scrutare gli uomini, la rapidità e la sicurezza del giudizio, ed insieme il fascino della frase incisiva e tinta, come voleva il Vico, di passione capace di prolungare la febbre della volontà oltre alla momentanea esaltazione dell’entusiasmo; ivi si mostra la forza di quella disciplina interna consistente in un potere di autoinibizione per cui le veniva dato di mantenere fisso il pensiero sopra un oggetto, fino ad infiammarlo. Una delle cose che maggiormente ammiriamo in questa donna straordinaria è la sua linea d’azione che mai non s’arresta, nè devia, ma corre sicura, veloce, diritta verso la mèta, sotto l’incalzare degli anni e dell’avversa fortuna, ed i morbi del corpo frale. Ella sentiva che la morte l’urgeva irrevocabilmente e questo senso della fine [p. xxviii modifica]le dava forse così viva la necessità di affrettarsi, di agire moltiplicando l’energie, e di mostrare a tutti il valore del tempo. Al Papa scriveva: «Non è più tempo da dormire per chè il tempo non dorme, ma passa come il vento». Ed ancora in questa frase sentite la donna d’azione: «Adoperate quello che è di bisogno con allegrezza, e state con ardente cuore; il fare giova sempre». Ed in questa ancora rivolta ad un suo amico: «Se non poteste andare diritto, foste andato carponi: se non si poteva andare come frate, foste andato come peregrino; se non ci era danari, foste andato per elemosina». Gesù aveva detto: «Chi ha orecchi, oda» Caterina disse: «Chi ha piedi, vada».
Noi rimaniamo sorpresi di sì vasto incendio d’anime ch’ella seppe accendere nello spazio così breve della sua gioventù. Bisogna ricordarci chè ella morì a trentatre anni. Giacchè solo quando misuriamo l’estensione della sua attività spirituale e politica con il metro del tempo che le fu concesso a vivere possiamo avere un’idea approssimativa della sua straordinaria energia. Dal 1372, che si può dire il primo anno della sua azione politica, per le trattative iniziate con il cardinal d’Estaing, nuovo legato del papa in Italia, per indurlo a sensi di pace, fino al 1380 in cui la vergine morì, rifulge la sua mirabile attività. Durante questi anni vediamo passare per le sue mani tutte le fila delle principali questio[p. xxix modifica]ni politiche del tempo dalle brighe dei Visconti col Pontefice, agli affari interni delle città toscane, Siena, Pisa e Lucca. Firenze la invia ambasciatrice alla corte di Avignone nel 1376 per farsi liberare dall’interdetto. In Avignone oltre a trattare col Pontefice della causa dei Fiorentini s’occupa attivamente della riforma interna della Chiesa usando parole asprissime verso gli uomini della Curia Avignonese ed esprimendo al pontefice opinioni simile a questa: «E’ bisogno che a racconciare il tutto si guasti infino alle fondamenta ». Rompendo la rete degli intrighi cortigiani ed avvolgendo con la fiamma del sno coraggio Gregorio XI l’induce a far ritorno in Roma. Non abbandona nel frattempo il sogno della crociata, nella quale vedeva la sola speranza alla pacificazione dell’Europa. Appare mirabile ch’essa riuscisse a guadagnare alle sue idee il duca d’Anjou fratello di Carlo V re di Francia, il quale era andato ad Avignone col fine di paralizzare il suo influsso presso il Pontefice. Invece di conquistare fu conquistato. Caterina aderendo ad un invito del duca, fu ospite di lui per tre giorni nel castello di Villeneuve. In quel convegno il duca d’Anjou e la popolana senese discussero dei più gravi problemi internazionali. Il duca cercò d’indurre Caterina ad andare a Parigi affinchè potesse iniziare le trattative di pace tra la Francia e l’Inghilterra, ma ella non accettò. Troppo le stavano a cuore gli affari [p. xxx modifica]d’Italia, e ben vedeva, come il tempo doveva presto dimostrarle, quanto fossero in conflitto con gli interessi francesi. Gregorio XI, secondo un testimonio degno di fede, Raimondo da Capua, le aveva affidate totalmente le trattative di pace con i Fiorentini: «Per mostrarvi che desidero veramente la pace, le disse, ne affido a voi le pratiche. Soltanto salvate l’onore della chiesa». Ed ella riuscì alfine nell’intento dopo aver superati molti ostacoli e messa a repentaglio la vita per una sollevazione della plebe fiorentina.
Pacificata Firenze con il Papa, si ritirò qualche tempo nella solitudine per dettare il Dialogo ai suoi segretari Neri Pagliaresi, Stefano Maconi, e Barduccio Canigiani. Il Caffarini ci dice che ella terminò quest’opera il 13 ottobre del 1378. Il Dialogo è un libro d’alta ispirazione ove si inabissa l’anima nel Dio della verità e dell’amore: esso è l’espressione della sua vita meditativa come l’Epistolario della sua vita di battaglia. Nel Dialogo ella gustò la gioia del raccoglimento, come confessa in una lettera scritta a Fra Raimondo poco prima di morire: «Anco vi prego che il Libro e ogni scrittura la quale trovaste di me, voi e Frate Bartolomeo e Frate Tommaso e il Maestro, ve lo rechiate per le mani; e fatene quello che vedete che sia più onore di Dio, con missere Tommaso insieme; nel quale io trovava alcuna ricreazione ». Dopo il quieto lavoro dell’estate e [p. xxxi modifica]dell’autunno 1378, rientrò con foga appassionata nella vita attiva.
Per affrettare la realizzazione del suo sogno unitario italiano s’era messa in relazione con i capitani delle compagnie di ventura. Aveva persuaso alla causa della crociata Giovanni Aguto il terribile Capo banda inglese. Erasi stretta in amicizia con Alberigo da Barbiano e forse si deve a lei se l’organizzatore del nostro primo esercito nazionale cacciò i barbari d’Italia abbracciando risolutamente la causa d’Urbano VI contro l’antipapa francese Clemente VII, che aveva ordinato, come cardinal legato, i massacri degl’Italiani nelle Romagne.
Ricondotto in Roma il Pontefice Gregorio XI e salutato con gioia l’avvento alla sede di Pietro d’un papa italiano nella persona di Bartolomeo Prignano che assunse il nome di Urbano VI, Caterina negli ultimi due anni di vita ebbe il dolore di vedere la chiesa improvvisamente dilacerata dallo scisma. La Francia s’accingeva, contro le vittorie italiane della popolana senese, a rivendicarsi l’uatorità pontificia nella persona dell’antipapa Clemente VII. Caterina moltiplicò allora l’energie del suo corpo esausto per raccogliere in difesa del papa italiano le nazioni europee e gli stati d’Italia. Meravigliosa è questa sua ultima grande battaglia combattuta da Roma per Roma. Dalla città eterna ove incuorava ed arringava in concistoro i cardinali italiani scris[p. xxxii modifica]se queste memorabili parole agli amici: «Io cammino sul sangue de’ martiri; il sangue dei martiri bolle, ed invita i vivi ad essere forti». Con frasi roventi segnò d’un marchio d’infamia i tre cardinali italiani che nel conclave di Fondi non osarono di opporsi all’elezione del papa francese, rimanendo neutrali. Alla causa di Urbano VI guadagnò l’Italia, ad eccezione di Giovanna di Napoli, ed a lei predicendo in una lettera la ribellione dei baroni e del popolo gridava queste parole: «Ohimè, piangere si può sopra di voi come morta!» Fiera nelle minacce e negli ardimenti Caterina da Siena rifulge di sdegno, ma l’ira non l’offusca e sempre la carità la guida. Quando Alberigo da Barbiano sconfigge sotto Roma i soldati Guasconi dell’antipapa con la sua compagnia di S. Giorgio, Caterina gli scrive per raccomandargli la cura dei feriti. Ad Urbano VI vincitore, prega di mitigar l’ira contro i ribelli e dice: «Non aspettiamo d’essere umiliati». Al re di Francia manda questo messaggio imperatorio: Adempirete la volontà di Dio e mia».
Frattanto in Roma serpeggiavano moti anarchici che gli emissari dell’antipapa fomentavano in odio ad Urbano VI. Caterina vedeva i pericoli incombenti sulla Chiesa e sull’Italia, ma le forze le mancavano; si sentiva morire. Due mesi prima della morte scrive ad Urbano VI quella lettera mirabile ove gli raccomanda verso i sudditi una fermezza fondata in ve[p. xxxiii modifica]rità». Lo prega che miri sempre di promettere quello che gli sia possibile di mantenere, e di rispettare la volontà popolare. «Siatemi tutto virile, gli dice, tutto esemplario nelle parole, nei costumi e in tutte le vostre operazioni. Tutte appariscano lucide nel conspetto di Dio e degli uomini». Gli ricorda che la rovina d’Italia venne per colpa dei cattivi reggitori ecclesiastici. Furon queste le sue ultime esortazioni di carattere politico inviate al pontefice.
Dalla testimonianza del suo amico Barduccio Canigiani togliamo la narrazione della sua fine. Fin dai primi giorni dell’anno 1380 era divenuta insofferente di cibo e fin d’acqua, la qual non poteva inghiottire; onde il patimento della sete ardente. Alla Domenica innanzi l’Ascensione, il corpo non era ormai che ’uno scheletro, dal mezzo in giù senza moto, ma nel volto raggiante la vita. Prima di morire disse ai suoi discepoli: Pregherò la Verità Eterna che ogni plenitudine di grazia e doni che egli avesse dati nell’anima mia li trabocchi sopra voialtri». Indi seguitò d’altre cose profonde di spirito, che non tutte concedeva intendere la sua voce debole e il dolore degli astanti, i quali, accostando l’orecchio alle labbra di lei, raccoglievano alternamente ciascuno poche parole per metterle insieme e farne tesoro. Chiese la benedizione della madre. Implorò al Signore misericordia in virtù del suo sangue, e sentendosi andare [p. xxxiv modifica]a Lui, più volte ripetè fra gli aneliti: «Sangue ». Poi, chinando il capo, in atto soave spirò. Era giorno di domenica, ora di sesta, l’ora appunto del transito di Cristo. Così passò di questo mondo Caterina da Siena, colei che aveva desiderato di essere «sempre amatrice ed annunziatrice della verità» di quella verità la quale, secondo le sue parole, è la ricchezza della luce,» che «tace quando è tempo di tacere, e tacendo grida col grido della pazienza».
Piero Misciattelli
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