Chapter 171 of 183
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CODICE SENESE T. II. 9 PRESO A FONDAMENTO DI QUESTA EDIZIONE.
Membr., sec. XIV, mm. 260 x 190, cc. 148 e due guardie bianche, una in principio e l’altra in fine, sulle quali è impresso il bollo «Biblioteca pubblica di Siena». Sul verso della prima vi sono cinque righe abrase, di cui appena si distinguono una o due parole; 43 righe per faccia; a c. 10b la scrittura si divide in due coll. e va cosí sino all’ultimo del codice. Il quale fino a c. 137 contiene il Libro della divina dottrina, comunemente detto Dialogo di santa Caterina. Le ultime undici cc. contengono altri scritti. A c. 137 termina il Libro della divina dottrina con queste parole: «Qui finisce el libro facto et compilato per la venerandissima vergine fidelissima serva et sposa di Yhux̊ crocifixo Caterina da Siena de l’abito di sancto Domenico socto gli anni Domini MCCCLXXVIII del mese d’octobre. Amen. «Prega Dio per lo tuo inutile fratello. Amen» (in grosse maiuscole gotiche, rosse e nere).
Legatura del sec. XVII in assi e pelle con fermagli e puntali di bronzo; fregi a freddo e dorati nella costola e sui piatti, dov’è, pure in oro, uno scudo nobiliare, vuoto.
Non vi è la tav. dei capitoli, come in altri codici dello stesso Libro, ma comincia il testo alla prima carta. Nel margine superiore, in rosso, di scrittura gotica italiana simile a quella del testo, è la seguente invocazione: «Al nome di Yhux̊ crocifixo e di Maria dolce». Segue: «Questo libro fece la venerabile[421] Caterina da Siena mantellata di sancto Domenico». Poi, sempre in rosso, ma con scrittura semigotica, questa didascalia: «Liber divine doctrine, date per personam Dei patris intellectui loquentis gloriose et sancte virginis Caterine de Senis, predicatorum ordinis, conscriptus, ipsa dictante, licet vulgariter, et stante in raptu actualiter et audiente quid in ea loqueretur Dominus Deus, et coram pluribus referente». Indi, nel margine laterale destro, con la stessa scrittura semigotica in rosso, l’argomento del capitolo. Segue il testo, disteso in scrittura gotica italiana, con frequenti segni di paragrafi in rosso e turchino, alternati. Vi sono poi, di tanto in tanto, capoversi con iniziali gotiche, alternate anch’esse in rosso e turchino, ed ornate rispettivamente di rabeschi turchini e rossi. Una maggiore iniziale alla prima carta distingue il principio del testo. La regolare divisione in capitoli numerati e con argomenti fu fatta però posteriormente; e colui che la fece non tenne conto di questi capoversi originari, ma con giusto criterio fece i capitoli piú brevi, in modo che il dettato avesse piú frequenti soste, che riposassero il lettore. Quindi, se i capoversi sono 101, i capitoli sono 167, e, mancando originariamente lo spazio per tutto l’argomento, questo a volte continua nel margine, a volte è scritto per intero nel margine, sempre in rosso, con scrittura semigotica della stessa mano che scrisse la prima didascalia.
Oltre alla divisione in capitoli, è indicata, dalla stessa mano e con la medesima scrittura in rosso, la partizione in quattro trattati: e cioè, al cap. IX comincia il Trattato della discrezione, formando i primi otto capitoli come una specie di prologo; al cap. LIV il Trattato della orazione; al cap. CXXXV quello della Providenza, e al cap. CLIV il Trattato dell’obbedienza, senza che questa partizione interrompa la numerazione dei capitoli, la quale è continua dal principio alla fine. Si nota però un accenno di altra partizione in cinque libri. Infatti, nel margine laterale della prima facciata, sotto all’argomento del primo capitolo, c’è in inchiostro nero: «libro jo», e sotto all’argomento del cap. LI c’è: «libro ijo», e libro iijo al cap. LXXXVI. Fin qui questa partizione non corrisponde ai trattati, ma il libro iiijo e il vo corrispondono l’uno al Trattato della providenza, l’altro a quello dell’Obbedienza[20]. [422]
Il testo ha alcune correzioni marginali, e qualche volta aggiunte di frasi mancanti, per errore, le quali a volte sono di mano dello stesso copista, a volte di altra mano posteriore. Vi sono anche rare correzioni interlineari, e varie parole, o soltanto lettere, espunte: non mancano però, qua e lá, mende non corrette, come ad es.:
a c. 65a col. 1a, in princ.: «dicosta» per «discosta».
a c. 99a col. 1a: «contata» per «contato».
a c. 107a col. 1a, verso la fine: «contritrione» per «contritione».
a c. 127a col. 2a, poco dopo la metá: «sensiva» per «sensitiva».
a c. 133a col. 1a, in principio: «exellentissima» per «excellentissima».
a c. 133a col. 1a, in principio: «velassò» per «ve la lassò», ecc.
Frequentissimi nel margine, in tutto il testo, sono i segni per additare passi degni di attenzione. Piú frequente è la sigla «nô» o anche semplicemente «N», ovvero «nota» per esteso; spesso vi è disegnata una mano che indica il passo, ovvero uno di quei soliti graffi che servono ad indicare tutto un periodo che si vuole porre in rilievo. Quando nel dettato occorre qualche esempio o similitudine, nel margine è notato con un «exo» o «sili». Non mancano altresí postille latine, quando di mano antica, quando di scrittura posteriore; ad esempio alla c. 77b: «Nota hic de contemplatione mentali pulchre».
Macchie d’umido nelle prime carte, e la c. 3 è molto sbiadita. Le macchie vanno scemando sino alla c. 20. La c. 49, sostituita all’antica da una molto posteriore, reca a tergo, nel margine inferiore, queste parole: «Nota come in congiuntura di fare il confronto e correggere il libro stampato de’ Dialogi (sic) di santa Caterina col presente libro esistente appo il nobile signor Silvio Gori, per ridurre in miglior uso l’opere della santa, si trovò da me, Giulio Donati, che feci la detta fatica, rasato il presente foglio, quale fu di poi l’anno 1704 trascritto da me da altro libro che è una buona copia del sopradetto, che si ritrova il nobile signor Flavio Petrucci».
Le cc. 78b e 79a sono scarabocchiate nei margini. Come pure prove di penna sono nel recto della guardia bianca posteriore, e vi è anche scritto con scrittura moderna: «Catherinae virginis senensis vita».[423]
In questo codice è un foglio volante, senza data né firma, recante la seguente notizia: «Questo libro, che fu donato al signor Silvio Gori Pannellini[21] dal medico Girolamo Bandiera, contiene li Dialoghi di santa Caterina da Siena da lei dettati in tempo che stava in estasi, e fu scritto dal beato Stefano Maconi, compagno diletto della santa, che fu poi generale della Certosa»; e segue citando l’autoritá di Girolamo Gigli a conferma di quest’ultima asserzione; della quale, come ho accennato piú sopra, è lecito dubitare, perché, sebbene la scrittura del codice sia tutta in gotico italiano, evidentemente non è tutta di una sola mano. Infatti, dalla c. 111a fino a c. 137, ove termina il Libro, la scrittura cambia notevolmente. In primo luogo è assai piú minuta; poi, a differenza delle carte anteriori, vi si nota: 1o lo scarso uso delle abbreviature; 2o la «e» congiunzione quasi sempre senza il «t», e la «è» verbo in mezzo ai noti segni; 3o il punto sugli «i» è assai marcato; 4o «figliuola», «meglio», «voglio» e simili sono scritti regolarmente, e non giá «figluola», «meglo», «voglo», come era scritto prima; 5o finalmente, vi si osserva l’uso di alcune lettere di forma diversa da quella usata nelle precedenti carte.
Finito il Libro della divina dottrina c’è la c. 138 bianca e, ritornando il cod. alla scrittura della prima mano, seguono:
1o c. 139a: «La venerandissima vergine Caterina da Siena, mantellata et vera figliuola di sancto Domenico, essendo a Roma, mandò questa lettera al maestro Raimondo da Capua del decto ordine, singularissimo padre de l’anima sua, avendolo papa Urbano sexto mandato a Genova, nella quale di chiaro gli notifica la sua morte, benché onestamente».
2o c. 141a: «Certi nuovi misteri che Dio adoperò ne l’anima della decta sua sposa Caterina la domenica della sexuagesima, come di sopra si fa menzione; e’ quali essa significò al decto maestro Raimondo».
3o c. 142b: «Certe parole, le quali essa benedecta vergine orando dixe doppo el terribile caso che ella ebbe el lunedí a notte doppo la sexagesima, quando da la fameglia fu pianta amaramente come morta. Doppo el quale caso, ella mai non fu sana del corpo, ma continuamente agravòe infino al fine».[424]
4o c. 143 a: «Certi ponti del sermone che ella ci fece, sentendosi agravare», ecc.
5o c. 144 b: «Appresso scrivarò parte de l’ordine del glorioso et felice fine di questa dolce vergine, secondo ch’e’ nostri bassi intellecti poterono comprendere, preoccupati di grandissimo dolore».
6o c. 146 b: «Una notabile et bella visione che ebbe una matrona romana serva di Dio el dí et l’ora che la decta sposa di Iesu Cristo passòe di questa vita (questa narrazione è in latino; e in ultimo «Orate pro scriptore»).
7o c. 148 b: Chiude il volume quella lauda di santa Caterina che ricorre talora nei codd. di Laude, e che ad es. nel palatino 13 della Nazionale di Firenze (v. Indici e cataloghi, n. IV) leggesi a cc. 252a—254a attribuita a fra Tommaso (Caffarini), e che comincia: «Sí forte di parlare io son costrecto...». Ma qui è mutilo, terminando col verso: «Ch’ha di suo desidèr sanct’adenpire».
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