Chapter 37 of 202
XXXIII
XXXIII. — All’Abate maggiore dell’Ordine di Monte Oliveto, nel Contado di Siena.[1]
Carità è madre che genera le virtù in prò’ de’ fratelli. Umiltà nutre lei. Principalmente a chi governa, richiedesi carità. Queste lodi generali sono indiretti, ma efficaci, consigli all’abate che accolga con indulgenza un monaco partito dall’Ordine.
Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.
Carissimo padre in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi in perfettissima carità. La quale carità non cerca le cose sue. Ella è libera, e non è serva della propria sensualità: è larga, che dilata il cuore nell'amore di Dio, e dilezione del prossimo suo; e però sa portare e sopportare i difetti delle creature per amore del Creatore: ella è pietosa, e non crudele, perchè ha tolto da se quello che fa l’uomo crudele, cioè l’amore proprio di sé; e però riceve caritativamente con grande pietà il prossimo suo per Dio: ella è benevola, pacifica e non iraconda: ella cerca le cose giuste e sante, e non le ingiuste; e come le cerca, così le serva in sé; e però riluce la margarita della giustizia nel petto suo. La carità, se ella lusinga,[2] non inganna; e se riprende, non ha odio né ira: ma caritativamente ama tutti come [p. 151 modifica]figliuoli; o lusingando o riprendendo, in qualunque modo si sia.Ella è una madre che concepe iieil’aninia i figliuoli della virtù, e parturisceli per onore di Dio nel prossimo suo. La sua balia è la profonda umilità, E che cibo gli dà questa sua nutrice? Cibo del lume e del cognoscimento di sè: col quale lume ha cognosciuta la miseria sua e la fragile sensualità, cagione d’ogni miseria. Con questo cognoscimento s’umilia, e concepe odio verso sé medesima; e con questo notrica in se il fuocpo della divina carità, cognoscendo la ineffabile bontà di Dio, la quale bontà è principio e fine d’ogni suo cognoscimento. Dopo questo lume e cognoscimento, si diletta di questo cibo che Dio più ama, cioè della sua creatura, la quale creò alla imagine e similitudine sua; e tanto l’amò, che egli diede a morte il suo Figliuolo unigenito perchè placasse l’ira sua, e traessela[3] dalla lunga guerra nella quale era stata per la colpa d’Adam, e acciocché nel suo dolcissimo sangue lavasse la faccia, dell’anima, che per la colpa era tutta lorda. Egli fu nostra pace, e nostro tramezzatore tra Dio e noi, ricevendo i colpi della giustizia sopra di sé. Egli fu nostro medico che venne a sanare l’umana generazione, la quale giacea inferma, siccome dice il glorioso apostolo Paolo. Egli è il nostro conforto, perocché ci s’è dato in cibo. Questo Verbo dolce, per compire l’obedienzia e volontà del padre suo nella creatura, corse come innamorato alla mensa della santissima croce; ine mangiò il cibo dell’anime, sostenendo pene, obbrobri e villanie, e nell’ultimo l’obbrobriosa morte; aprendo il corpo suo, che da ogni parte versava [p. 152 modifica]sangue. Tutto questo manifesta l’amore che Dio ha all’uomo: onde l’anima che sta in carità, si diletta di questo medesimo cibo dell’anime; ne già il vuole pigliare per altro modo, che il pigliasse Cristo dolce e buono Gesù: cioè, che ella vuole con lui insieme sostenere, e però con allegrezza patisce fame e sete, scherni e villanie, molestie dagli uomini e dalle dimonia. Questo Agnello sopportò la nostra ingratitudine, non ritraendo[4] a dietro però di compire la nostra salute. Dico che in questo, e ogni altra cosa, l’anima ch’è in carità, quanto gli è possibile si vuole conformare con lui e seguitare le vestigie sue. Ella riceve con benignità sotto l’ale della misericordia sua chi l’avesse offeso, perchè vede che la bontà di Dio ha fatto a lei quello medesimo. Quanto è dolce, dunque, questa madre della carità! E veruna virtù che non sia in lei? No. Ella non è tenebrosa, perchè è la guida sua il lume della santissima fede, la quale è la pupilla dell’occhio dell’intelletto, che mena l’affetto in quello che debbe amare, ponendogli per obietto l’amore che Dio gli ha, e la dottrina di Cristo crocefisso. Onde l’affetto, che col lume ha veduto se essere amato, è costretto ad amare il suo Creatore, in verità, mostrandolo con seguitare la dottrina della verità. Bene è adunque da levarsi dal sonno della negiigeuzia e ignoranzia, e con sollecitudine cercarla nel sangue di Cristo crocifisso; perchè nel sangue ci rappresenta questo dolce e amoroso fuoco.[5]'. Per questo modo acquisteremo la vita della Grazia; per altro modo, no. [p. 153 modifica]E però vi dissi ch’io desideravo di vedervi in perfettissima carità, la quale ogni creatura ragionevole debbe avere in sé, se vuole gustare Dio nella vita durabile. Ma molto maggiormente ne sono obbligati, ed è necessaria a quelli che hanno a reggere e a governare [6] anime; perocché è si grande peso, che, se fussero privati della carità, non porterebbero questo giogo,[7] senza offesa di Dio. Non vuole essere tiepida, ne imperfetta la carità del prelato, ma perfetta con grandissimo caldo d’amore, e desiderio della salute de’ sudditi suoi. E col lume di discrizione sapere dare ad ognuno, secondo ch’è atto a ricevere; caritativamente correggere, facendosi infermo[8] con loro, insieme lusingando e correggendo secondo che vuole la giustizia e la misericordia; cercando la pecorella smarrita, e poiché l’ha ritrovata, ponersela in su la spalla, portando i pesi suoi sopra di sé: e rallegrarsi e fare festa della pecorella ritornata[9] all’ovile.
A questa allegrezza, v’invito, carissimo padre, inverso la vostra pecorella, che tanto tempo stette nella gregge con l’altre, cioè Frate P.,[10] il quale [p. 154 modifica]è oggi monaco di Santo Lorenzo; e pare che umiliata a ricevere la verga della giustizia, si voglia tornare al suo ovile, all’obedienzia dell’Ordine, e vostra. Non dico più. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.
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